Anche le parole vagano nel buio, cercano spazi in cui accendere una luce. Infinite parole nascoste da pensieri inespressi si rifugiano nell'immensità dei sogni. Anche le parole vagano nel cielo, cercano silenzi dove essere ascoltate.
giovedì 4 novembre 2010
Cercando la strada
Richiesta di informazioni al primo passante
Scusi, sa la strada per Colle dei Fiori?
Lasci perdere! tanto siamo in inverno. Fiori non ce ne sono.
Richiesta di informazioni al secondo passante
Scusi, sa la strada per Colle dei Fiori?
Eh, eh, eh.
Allora?
Lei è qui per il matrimonio?
No.
Si sposa la figlia del sindaco, lo sa?
Auguri.
A me fa gli auguri? Mica mi sposo io.
Si, ma la strada per Colle dei Fiori?
Parente dello sposo o della sposa?
Perché, le strade cambiano a seconda della parentela?
No, chiedevo se lei era un parente dello sposo o della sposa
Non sono qui per il matrimonio.
E allora cosa va a fare a Colle dei Fiori?
A trovare un amico
Un amico, eh?...parente dello sposo o della sposa?
Lasciamo perdere. Chiederò più avanti.
Terzo passante
Scusi, la strada per Colle dei Fiori?
Dove deve andare?
A Colle dei Fiori.
Si, ma dove? Che cerchi? La piazza, la posta,la banca...?
A trovare un amico. Abita nella piazza di fronte la Chiesa.
Chi sta cercando?
Leonardo Brumetta.
Brunetta, Brumetta, Brumetta...il carpentiere?
E che ne so? tutto ciò che so è che lavora nella fabbrica qui vicino.
Eh, qua tutto il paese lavora in fabbrica. Ci ho lavorato anch'io sa? per cinquant'anni. Mi sono rovinato i polmoni in quella fabbrica.
Mi dispiace. Ma la strada per Colle dei Fiori?
Altro che Colle dei Fiori! Da quando c'è quella maledetta ciminiera non ci cresce più nemmeno la gramigna.
E' terribile. Ma come ci arrivo?
Come arriva dove?
Alla piazza di fronte la Chiesa?
Ah, è qui per il matrimonio!?
Lasci perdere, và.
Quarto passante.
Scusi, vado bene per Colle dei Fiori?
Dove deve andare?
A Colle dei Fiori.
Ho capito, intendo se deve raggiungere un posto in particolare...
Chiesa dei Miracoli.
Eh, guardi che per il matrimonio ha fatto tardi. Perché non fa una cosa? Vede quel casolare laggiù? Torni indietro e vada fin lì.
E perché mai?
E' il ristorante per il pranzo quello. Ormai li invitati saranno quasi tutti lì.
Non sono un invitato, allora.
E perché va al matrimonio, allora?
Non voglio andare al matrimonio. Volevo solo raggiungere la Chiesa.
Per vedere la sposa? Bella, eh? Sa che è la figlia del sindaco?
Si, me l'hanno detto.
Ma lei è un giornalista?
No.
Insomma, è venuto fin qui solo a curiosare?
No, solo a cercare un amico. E' ora, me la dice la strada per la Chiesa?
Basta che raggiunga la piazza.
E come la raggiungo?
Guardi, ha due possibilità...o prende questa strada sterrata, anzi no, che se non la conosce rischia di perdersi, bé non che sia così complicato, vada a destra due tre chilometri, finché non arriva dalle parti di un casolare giallo...è di un mio amico sa?...a quel punto giri a sinistra? O sempre a destra? No, no, a sinistra...sì, a sinistra le dico, prosegua dritto fino al ponte, poi giri a sinistra fino al semaforo, al semaforo dovrebbe proseguire dritto, ma in realtà non può perché è senso unico, quindi lei deve andare prima a destra, prendere la rampa e uscirne subito a quel punto si ritrova dall'altra parte della strada, quindi si infili per la rotonda e torni indietro, segua il cartello che indica la Chiesa ed è arrivato. Chiaro, no?
Ehm, veramente,no.
Faccia una cosa allora, vada sempre dritto. Ma guardi che così allunga, sa?
Al citofono
Che c'è Leonardo?
Chi sei?
Un amico.
E cosa vuoi da Leonardo?
Niente, solo salutarlo.
Ma siete colleghi?
No, solo amici. Insomma, c'è o no?
No, mi spiace. È andato al matrimonio.
lunedì 12 luglio 2010
La ragazza
Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi, 1955
Fu un parto difficile, sopratutto perché in molti vi si opposero. Se non fosse stato per la volontà dei genitori, che si batterono strenuamente per lei, forse non sarebbe mai venuta al mondo. Eppure nacque, e i più l'accolsero con gioia, altri con riluttanza, alcuni con sospetto. Crescendo divenne una bambina vivace e benvoluta da tutti. La gente si rese conto di non poter più fare a meno di lei. Quale grave perdita sarebbe stata se i suoi genitori si fossero lasciati convincere ad abortire! pensavano tutti, ormai abituati a vederla scorrazzare allegra e spensierata per la città.Era così gentile, aveva sempre un pensiero e un sorriso per tutti, tanto da diventare persino famosa.
Talmente famosa che arrivavano, a volte, anche da molto lontano pur di poterla guardare negli occhi, almeno una volta nella vita. Che certe fortune non ce l'avevano tutti. Chi poteva, restava, in modo da poterla incontrare ogni giorno. Lei diventava sempre più bella, sempre più forte, sempre più dolce.
Passarono gli anni e molti, pur continuando ad apprezzarla, erano così avvezzi alla sua presenza che quasi non ci facevano più caso. Troppo occupati nei loro affari, era già tanto se si ricordavano di salutarla. Lei un po' ci rimase male, anche perché aveva sempre fatto il possibile per ognuno di loro, però cerco di capirli: in fondo ognuno ha i suoi problemi.
Sebbene non avesse nessuna particolare aspirazione e si trovasse a suo agio soprattutto trai ceti medi, la corteggiavano soprattutto i potenti, i politici, gli uomini d'affari. La invocavano sempre a gran voce e le facevano di quei madrigali, che un po' la facevano ridere, e un po' la lusingavano. Alla fine, se ne sentì conquistata.
Ma c'era qualcosa di anomalo nei loro modi, qualcosa che la faceva sentire soprattutto un oggetto, con cui accompagnarsi davanti la folla, da mostrare agli altri e poi nascondere quando non serviva più. Anzi, succedeva sempre più spesso che volessero nasconderla, quasi fosse proprietà esclusiva. Quelli mettevano bocca su tutto, pure sulle persone che frequentava, che mica stava bene, che lei frequentasse tutti.
E se qualcuno chiedeva sue notizie rispondevano: “Sta bene, ci pensiamo noi”. Provò a protestare, ma fu inutile. Tutte le loro azioni venivano giustificate con la frase: “Ma se l'ho fatto per te!”. A lei sembrava una scusa bella e buona, un pretesto per nascondere dietro motivazioni apparentemente nobili le peggiori magagne, ogni giorni sempre un po' più grosse...e pretendevano pure di essere ringraziati. Provò a chiedere aiuto alla gente ma la gente sembrò non capire, o forse preferì non sapere. Magari era colpa della crisi. Alcuni avevano figli, altri problemi economici, insomma non avevano mica tanto tempo da dedicarle.
Qualcuno le rinfacciò persino di essere un'ingrata, considerando come uomini di quel rango si prodigassero in mille attenzioni e le volessero bene. E non c'era verso di spiegare che no, non le volevano affatto bene, fingevano. E non era lei a essere ingrata, ma loro, la gente con cui era cresciuta, prodighi di complimenti a parole ma incapaci di gesti concreti quando ce n'era bisogno.
O forse avevano solo paura. Si era lasciata sedurre dai potenti, ed era da considerarsi roba loro, ormai. E nessuno aveva voglia di mettersi contro certa gente. Ma fu quanto quanto le chiesero di prostituirsi che capì di aver passato il segno. Tante belle parole per essere trattata alla stregua di una puttana! Disgustata dalla situazione e nauseata da tutti, decise di andarsene. Che senso aveva restare, se non c'era nessuno intenzionato a muovere un dito in suo aiuto? Così fuggì e da allora, in quel paese, nessuno la vide più.
sabato 3 luglio 2010
Nel limbo
E’ sabato. Come in un qualsiasi altro sabato di inizio estate tutto scorre uguale. Caldo infernale. Pochi turisti. Città da tempo trasformata in un eterno cantiere dalla speculazione edilizia. Traffico. Gente allegra perché oggi non lavora. Gente che lavora, ma comunque allegra perché è sabato. Ragazzi o famiglie intere che vanno al mare. Centri commerciali affollati. Tutto come al solito. Ad essere insolito sono io. Oddio, non che sia cominciata oggi, mi ci sento già da un po’.
Ho trenta anni. Beh, non proprio, ma quasi.
La mia vita è sempre stata un caos, e da questo ne ho sempre tratto motivo d’orgoglio.
La mia casa, una vergogna per qualsiasi essere umano. Piatti scrostati dove le formiche girano allegramente anche d’inverno. Lenzuola mai cambiate. Mutande in giro. Calzini a terra. Water più simile ad una fogna che ad un cesso., per non parlare dell’odore. Pila della biancheria sporca, una montagna maleodorante. Vestiti puliti e stirati, tre o quattro in tutto. Polvere dappertutto. Due gatti che vivono con me, abituati a tutto questo. Fino a oggi.
Oggi casa mia è insolitamente pulita. Butto ancora i calzini a terra la sera, ma li raccolgo la mattina presto per metterli nel cesto della biancheria. Niente mutande sporche in giro, eppure non era raro persino trovarle sulla tovaglia del tavolo da pranzo. I mobili, lucidi. I vetri di casa, splendidi. Il pavimento ha anche la cera. La cucina è in condizioni perfette. Il bagno profuma.
Non ho assunto una colf. Poco per volta, stranamente ed inconsciamente, sono diventato più ordinato. Stamattina mi sono svegliato con l’intenzione di rimettere la casa a nuovo, ma lo era già. Mancava giusto un po’ di spesa. Ho fatto anche quella.
Qualcuno potrebbe anche illudersi che io stia maturando, magari pensando qualcosa del tipo “finalmente…ha trenta anni…era pure ora!”, ma so che non è così.
E’ vero, ho trenta anni, non sono più un ragazzino, ed in qualche modo la vita mi impone scelte responsabili. Ma so che la maturità non c’entra. Non l’ho ancora raggiunta, e non so se accadrà mai.
Mi sento piuttosto in una specie di limbo. Lontano dagli atteggiamenti dei ventenni, dal loro modo di pensare, di condurre la vita, di fregarsene di tutto, ma anche lontano da, come si usa dire “mettere la testa a posto”, lontano dalle scelte impegnative, lontano dal sapere cosa voglio fare di questa mia esistenza, lontano dal voler sistemare tutto ciò che non quadra.
Ho scritto questo pezzo 5 anni fa, all soglie dei 30 anni. Nel frattempo la mia vita ha subito qualche cambiamento. Non ho più le due gatte, e condivido l'appartamento con una donna. Certi eccessi non li raggiungo più, ma solo perché sarebbero una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Le gatte non se ne lamentavano, una donna lo farebbe. Ma tutto questo non c'entra. Il problema è che, nonostante siano passati 5 anni, io continuo a sentirmi così, in quella specie di limbo, tra i non più ragazzini e i non ancora maturi. E non riesco a trovare l'uscita.
martedì 29 giugno 2010
Un libro rosa
Un libro rosa.
Come cazzo si scrive un libro rosa?!
Non prendertela con me, appassionata lettrice di questa collana se, tra le mie pagine, non troverai nulla che ti faccia sognare, vivere di quelle intense emozioni che la vita di tutti i giorni ti nega o illuderti che, almeno nei libri, l’amore vero ci sia e trionfi. Ed è chiaro che, se questo oggettino che ti ritrovi tra le mani non solo ti deluderà ma ti sembrerà altresì scritto da cani da un dilettante idiota, maschilista e misogino la colpa, evidentemente, è solo tua. Si, proprio tua, non far finta di non aver capito! No, non voglio dire che tu sia ignorante ed incapace di capire la mia arte che è, effettivamente, quella di un idiota, maschilista e misogino scrittore da quattro soldi. E’ colpa tua, in quanto tu, proprio tu, mi hai reso così! Tu, che te ne stai spaparanzata sul divano a leggere le mie sciocchezze, o sdraiata comoda sul letto, dopo aver acceso lo stereo e messo un sottofondo musicale a te gradito, o sotto il sole cocente d’estate a mostrare le chiappe, oppure mentre fai la tipa colta, quella che legge un libro, sia pure sentimentale quale vorresti che il mio fosse, mentre sul tram o sul treno sei diretta al lavoro o chissà dove. Beh, lasciami spiegare perché, se questa storia ti deluderà, sarà tutta colpa tua. Del resto, io e te, ci conosciamo da tempo. Lo so che non mi hai mai notato, lurida vigliacca! E che questa è la prima volta che ti ritrovi a leggere una mia storia e già te ne stai pentendo, eppure siamo appena alla prima pagina. Io intendo dire che noi, ci siamo incontrati, e spesso, nella realtà. Tu sei quella che mi ha rovinato la vita.
Hai cominciato a rovinarmela appena compiuti i quindici anni, cioè da quando io ho cominciato a provarci con te e tu, puntualmente, a negarmela. Ti sei accorta di tutti i miei amici, tranne di me. Sei stata coi miei peggiori nemici e mi hai puntualmente ignorato. “Potevi insistere, fare di più, fare di meglio, farti notare” starai certo pensando. L’avrei anche fatto, se tu, donna, non avessi puntualmente cambiato strada tutte le volte che il destino metteva me sul tuo cammino. Così, ovvio, io non so nulla di te. I tuoi gusti mi sono sconosciuti, i tuoi pensieri del tutto estranei, le tue aspettative un punto interrogativo senza risposta. Per farla breve, io non so nulla di donne. Motivo per cui questo libro non ti farà né divertire né sognare. Ed allora perché l’hai scritto? Ti chiederai tu. Puoi immaginarlo. Un disperato bisogno di soldi. Ed un editore che, anziché sforzarsi di diffondere libri di qualità, preferisce concentrare le sue energie su una collana di libri rosa, quelli che piacciono a te, insomma, perché questi rendono di più. Se devo essere sincero avrei preferito che i nostri destini non si fossero mai incrociati su queste pagine, in un libro che a me non piace scrivere ed a te non divertirà leggere. Io, in tutta onestà, avrei preferito sbatterti. Ma tanto lo so già come sarebbe finita: con te che mi dici “No, dai, oggi ho mal di testa, sarà per un’altra volta”, quindi indignata, mi avresti pregata di tenere le mani a posto, intimandomi di smetterla “che sei peggio di un polipo!”. Ed ecco allora perché queste pagine, per brutte che siano, te le meriti tutte ed è giusto che tu vi arriva fino in fondo, come pegno da pagare per le tue colpe e per non avermela mai data.
“Beh, non c’è che, dire, come prefazione è senz’altro originale” si pronunciò Francesco. “Certo, non so quanto verrà apprezzata da una lettrice, dal momento che le dai della lurida vigliacca, scarichi su di lei le tue colpe di scrittore fallito e confessi persino di volertela scopare! Senza contare le critiche all’editore, che accusi di dedicarsi, per una mera questione di soldi, a collane mediocri. Voglio dire, non so dove ti porterà tutto questo, immagino comunque piuttosto lontano dalla tua casa editrice, però, come dirti? Apprezzo la tua sincerità”.
“Grazie” risposi a Francesco, il cui incoraggiamento mi stava davvero risollevando il morale. “Senti” gli spiegai “questo lavoro non fa per me. Io non me ne intendo di donne. Non so descriverle, non so cosa pensano, non so cosa vogliano e se è per questo neanche cosa combinano quando sono tra di loro!”
“Non sei mica l’unico! Quale uomo ha mai capito una donna? E’ qui che sbagli! Non è questo il tuo problema, Emilio!"
“Ah, no? E quale sarebbe il mio problema, allora?” chiesi io, curioso di sentire la sua risposta.
“Scrivere una stramaledetta storia d’amore. Non devi fare nient’altro. Prendi un tizio, falle incontrare una, falli trombare e vivere felici. Amen! Che ci vorrà mai?” rispose Francesco che, come al solito, faceva tutto facile.
“Scrivila tu genio, dal momento che sei così bravo!” risposi seccato.
“Dai, non te la prendere! Io dico che puoi farcela”
“Tu non ti rendi conto dei problemi pratici. Mi hanno chiesto di scrivere storie per femmine adulte. Destinate a donne, che parlino di donne, che descrivono le donne. Pensi tu che io sappia descrivere una donna che si trucchi? O che si vesta? O che io sappia la differenza tra un tailleur ed un abito da sera? Questo lavoro non fa per me!”
“Certo che sei messo male!” constata il mio amico.
“L’hai detto! Perciò ho intenzione di rinunciare alla grande impresa: scrivere storie d’amore non fa per me”
“No, no, no amico. Dì piuttosto che scrivere non fa per te”
“Non è vero” mi giustificai risentito “credo che riuscirei a produrre qualcosa di buono in un settore a me più congeniale”
“Tu non riusciresti a produrre davvero un bel niente! Perché cosa credi, che in un settore a te più congeniale le donne non esistano? Se elimini le donne dai tuoi libri, sai cosa ti restano? I romanzi per omosessuali, forse manco quelli”.
Colpito ed affondato. I miei sogni da scrittore in erba erano andati a sbattere contro la concretezza di Francesco. Sarebbe stato meglio dedicarmi più assiduamente alla mia attività di addetto alle pulizie, lavoro con cui sbarcavo il lunario, che non perdermi dietro ai miei stupidi sogni di gloria. Non ero capace di scrivere una stupida e lurida storia d’amore, figuriamoci se mi sarebbero riusciti romanzi più impegnativi. Sconsolato, stavo per tornarmene a casa, quando Francesco, come pentitosi di avermi aperto gli occhi, cercò di consolarmi, mettendomi una mano sulla spalla: “Dai, non abbatterti!” mi disse.
“Lasciami, ho voglia di andare a casa” risposi.
“Facciamoci un giro al pub, prima. Ti offro qualcosa da bere!” fece lui.
“Non ne ho molta voglia”.
“E dai! Devi imparare a descrivere le ragazze, no? li ne troveremo parecchie”.
“Cerco. Peccato che si terranno a distanza di sicurezza da un tipo come me”.
“Ma no” sorrise Francesco “devi solo imparare a scioglierti!”
Immagino che a questo punto uno scrittore decente, quale io non sono, saprebbe descrivere il pub, con le sue panche di legno scuro, i suoi tavoli pieni di scritti e firme incise col coltello, i suoi poster di cantanti più o meno famosi, i quadri o i simboli delle varie marche appese dappertutto, le bottiglie di liquori sul ripiano dietro il bancone, la calca di gente che si affollava al bar nella disperata impresa di farsi servire da bere mentre altri sfigati cercavano invano un posto a sedere, senza contare le numerose persone che, all’uscita, si intossicavano i polmoni fumando sigarette. Ma, dal momento che avete a che fare con me, cioè con un tipo che, in quanto a descrizioni, lascia alquanto a desiderare, vi dovrete accontentare del fatto che era un tipico pub in stile irlandese, battezzato, senza troppa fantasia, Jim Morrison Irish Pub. Non avevamo fatto altro che pochi passi quando Francesco si fiondò verso due belle sventole. Pardon, due graziose fanciulle che stavano tranquillamente parlando dei fatti loro in compagnia di due birre medie, le cui espressioni, quelle delle fanciulle intendo, mica delle birre, vedendoci arrivare, non furono certo di gioia.
“C’è posto qui?” chiese Francesco con l’indifferenza tipica del ruffiano che era.
“Veramente ci siamo noi!” rispose una delle due, non senza una punta di acredine, mentre l’altra guardava sia noi sia la sua amica senza dire una parola ma con l’espressione di chi sta pensando “speriamo che se ne vadano”. Toh, e poi mi dicono che non capisco le donne! Sto imparando a leggerle nel pensiero invece.
All’idea, mi venne da sorridere.
“C’è spazio per tutti, mi sembra” disse Francesco, accingendosi a prendere una sedia.
“Che hai da ridere tu?” mi rimproverò la tipa, ancora più incazzata dal fatto che, anziché andarcene, ci stavamo sedendo.
“Ha trovato l’ispirazione nei tuoi occhi” rispose Francesco, convinto con questa idiozia spacciata per complimento di smorzare i toni ostile delle ragazze.
“Sai dove te la puoi mettere l’ispirazione?” fece quella a me.
“Ehi! Io non ho detto nulla!” reclamai.
“Dico davvero” continuò Francesco “è uno scrittore”.
“Ah, sì? E che tipo di libri scrive?” domandò la ragazza, incuriosita. Francesco mi diede un colpo col gomito, come se volesse l’approvazione per il suo approccio.
“Narrativa rosa” rispose il mio amico.
“Davvero? Non ha la faccia di uno che scrive storie d’amore. Anzi, se è per questo non ha proprio la faccia di uno scrittore” disse quella.
“Perché, che faccia ho?” chiesi allora io, offeso.
“Di uno…” si interruppe ed alzò le sopraciglia “…sfigato?”
“L’apparenza inganna” riprese Francesco.
“Ma grazie!” esclamai io, infastidito dai commenti di tutti e due. “Dai, stavo scherzando” si giustificò lei sorridendo.
“Il ragazzo è timido” riprese Francesco “deve credere di più in sé stesso, mettersi d’impegno e scrivere, ma ha talento”
“Mi sembravi di tutt’altro parere poco fa” considerai.
“Ti stavo solo spronando”
“Allora” domandarono le ragazze “quanti libri hai pubblicato finora?”
“Neanche uno” ammisi io. Risate generale delle due ragazze. Occhiata severa di Francesco. Il quale, avendo fatto del mio presunto talento il perno del discorso continuò su quel tono: “Gli editori stanno ancora esaminando i suoi lavori. Non si sono ancora pronunciati con proposte di contratto ma l’impressione è che siano rimasti favorevolmente colpiti”.
“Francesco, smettila, per favore” lo scongiurai io, che non né potevo proprio più delle sue idiozie, preferendo a questo punto raccontare tutta la verità. Le due ragazze, di cui ancora ignoravamo il nome, vennero così a conoscenza di tutte le mie frustrazioni, di come i miei elaborati venissero puntualmente respinti al mittente e del fatto che la mia unica chance di fare questo mestiere consistesse nel diventare autore di libri rosa, in quanto una casa editrice era pronta ad investire su questo genere per la sua nuova collana ed aveva bisogno di storie.
“Non fa per te” risposero le ragazze “tu non capisci niente di donne”.
“Proprio quello che gli ho detto anch’io” concordò Francesco. “Zitto tu, che cambi idea ogni cinque minuti!” replicai secco. “Sentiamo, voi due: perché non capirei nulla di donne?”
“Perché sei stato un’ora a parlarci di te, della tua vita e di tutti i tuoi problemi. E neanche sai come ci chiamiamo! Tipico degli uomini “
“Il ragazzo è proprio di questo che ha bisogno” Francesco si insinuò nel discorso “capire di più la vostra psiche, i vostri sentimenti, insomma conoscervi”.
“Di tutte le scuse usate per cuccare questa è la più stupida che abbia mai sentito” sentenziò la più loquace, e sincera, delle due.
“Vedi, ci sono due possibilità allora: o noi due siamo così idioti da usare scuse ridicole oppure è vera” replicò Francesco.
“Senz’altro la prima” rispose la ragazza “ed ora se volete scusarmi, ma è arrivato il mio ragazzo” si alzò e fece per andarsene.
“Ehi, mi lasci sola?” domando l’altra.
“Ci siamo noi a farti compagnia” ne approfittò subito Francesco.
“Hai sentito? Ci solo loro”.
“Davvero magnifico” commentò la malcapitata. Prima che l’altra si allontanasse a me venne una domanda da farle, tanto per essere sicuro, nel caso l’avessi rivista, con chi mi trovato di fronte: “Scusa, ma tu com’è che ti chiami?”
“Claudia” quindi si girò ed andò via.
Mentre Claudia si allontanava mi chiesi come l’avrei descritta se avessi voluto renderla protagonista dei miei libri. Bionda, ok, quello era facile. E poi? Provocante, sensuale, intrigante…mah. Nessuna definizione era adatta in realtà. Sarebbe stato tutto più facile se, anziché in un libro, avrei raccontato di Claudia ai miei amici: bionda, zinne da sballo e faccia da porca. Tutti avrebbero capito, nessuno mi avrebbe chiesto altro ed io avrei proseguito tranquillamente, senza interruzioni. Ad ogni modo, eravamo rimasti in tre. In pratica, uno di noi era di troppo. Tuttavia io non ero affatto intenzionato ad andarmene. Purtroppo neanche Francesco.
Mi dissi che io avevo più scuse di lui per restare. Naturalmente, come Francesco, anch’io volevo soprattutto portarmela a letto tuttavia Ilaria mi sarebbe stata utile come soggetto per i miei racconti. Sarebbe stato stupido però restare a fare il peso morto così decisi che, se le donne si annoiano a sentire gli uomini che parlano di se stessi, magari avranno piacere a descrivere sé stesse. Così esortai Ilaria a parlarmi di lei. “Cosa vuoi sapere?” mi chiese.
“Tutto. Lavoro, passioni, hobby…tutto quello che ti riguarda”
“Vediamo…studio lingue, ma per mantenermi lavoro come commessa, faccio volontariato per la Croce Rossa la domenica, vado in palestra perché mi piace mantenermi in forma, in piscina due volte la settimana e sono anche iscritta ad un corso di recitazione teatrale”
“Ed il tempo di respirare dove lo trovi?” chiediamo allora noi. Lei sorride. “Se ti sai organizzare riesci a fare tutto. Non è così complicato. Basta sapersi gestire” Non so se i suoi discorsi provocassero in me più rabbia od invidia ma preferii cambiare argomento. “Che musica ascolti?” domandai.
“Mi piace molto Gigi D’Alessio”. Meno male, aveva dei difetti ed anche gravi.
Più parlavamo con Ilaria più mi rendevo conto che valesse davvero la pena approfondire la sua conoscenza, in questo Francesco non aveva sbagliato. Una ragazza con così tanti interessi mi sarebbe stata davvero utile per entrare nel…ehm…fantastico mondo delle donne. Se poi fossimo finiti anche a letto, beh, sarebbe accaduto solo perché io sono il tipo che lavora fino a tardi ed approfondisce anche i dettagli.
Con scrupolo e professionalità. Del resto Ilaria, da cotanto interesse, ci avrebbe senz’altro guadagnato. A me interessava tutto di lei, dal suo modo di pensare a quello di vestire, avrei notato ogni più piccola sfumatura nei suoi atteggiamenti e se mi fosse stato possibile, avrei cercato di prevenire ogni suo desiderio. Insomma mi sarei auto-proclamato suo angelo custode. Solo che, mentre io ero pieno di buoni propositi sul suo conto, Ilaria stava civettando e facendo gli occhi dolci a Francesco. Grandissima troia!
Ed io ne avevo riposto tutta la mia fiducia su di lei, tanto da volerla prendere come musa ispiratrice per creare le eroine dei miei romanzi. Tutti i miei progetti stavano andando in fumo per via di quel cascamorto di Francesco, una serpe velenosa che si spacciava come mio migliore amico.
“Si è fatto tardi, devo andare a casa” disse Ilaria, rompendo il flusso dei miei pensieri. Nel pub la maggior parte degli avventori erano andati via, solo quattro o cinque tavoli erano ancora occupati. Guardai l’orologio: segnava le due.
“D’accordo. Ti accompagno, allora” ne approfittò subito Francesco.
Qualcuno potrebbe pensare che la mia fosse gelosia, in realtà io volevo solo impedire che quel lurido verme mi soffiasse da sotto il naso quella che ormai avevo eletta come mia protetta. Dovevo assolutamente impedirle di divenire preda del primo dongiovanni che le ronzasse intorno. “Vi accompagno” dissi.
“Ma se abiti all’angolo!” mi fece notare Francesco.
Francesco mi guardò accigliato e mi indicò di andare con lui. Lo seguii. “Insomma, si può sapere cosa cazzo stai combinando?”. “Devo scrivere un libro, ricordi? E devo farlo in fretta”. “Tu non me la racconti giusta” risponde secco lui. Francesco era il mio migliore amico e non era stupido. Non so cosa mi spingesse verso una ragazza che sì, mi piaceva, ma conoscevo ancora troppo poco per poter dire che l’amavo. E che rischiava di farmi perdere un’amicizia di lunga data. Forse era spirito di competizione. Guardai Francesco con la stessa ostilità con cui lui guardava me. La guerra era stata tacitamente dichiarata e non erano esclusi i colpi bassi.
Se sei ancora qui, o lettrice, e soprattutto se hai ancora intenzione di continuare a leggere, è chiaro sei masochista. Cosa ti sta offrendo questa storia che davvero ti interessi? Nulla, immagino. Del resto, sulle donne finora ho imparato ben poco. Solo che dovrei imparare ad ascoltarle ma la tua voce arriverebbe troppo tardi perché tu possa darmi consigli. Mi è stato detto che, se voglio scrivere storie d’amore, dovrei leggere quelle degli altri, per capirne gli ingredienti. Ma io, ammetto, non l’ho fatto. Ci ho provato, ne ho preso in mano un paio ma il frontespizio parlava di passioni, intrighi, soldi, tradimenti, segreti e triangoli. Non ti basta già Beatiful per tutto questo?I titoli, poi, sono orripilanti. Roba come “Bruciante passione”, “Desiderio”, “Sposerò David” (e chi se ne frega, mi verrebbe da dire!). Eppure, quelle storie e quei titoli rappresentano la tua voce, quello che chiedi ti venga offerto. Ed io ho promesso di imparare ad ascoltarti. Mi farà piacere, carissima, se mi seguirai ancora, ma ricordati che sono un uomo e, di conseguenza, mi comporto come un uomo. Ciò significa che, se anche imparo ad ascoltarti, questo non vuol dire che io ti assecondi…
Così iniziai a frequentare Ilaria. La andavo a trovare durante le prove, chiacchieravo con lei quando era in pausa e le facevo un’infinita di domande sui suoi gusti personali. Le dissi che l’avrei fatta diventare un’eroina dei romanzi d’amore. “Ma che onore!” rispose lei, in tono sarcastico.
“E mi raccomando, dammi dei partner belli, coraggiosi, forti, ricchi e perché no…anche bravi a letto!”
“Beh, sai…voglio allontanarmi dalle consuete abitudini dei romanzi d’amore. Nei miei libri la protagonista si innamorerà sempre di gente sfigata: guerci, mutilati, freak, impotenti, poveri in canna…” “Ma dai!”
“Si, ma non ti preoccupare. L’editore pretende l’happy end. Ciò vuol dire che il loro sarà comunque un amore felice!”
“E’ poco realistico!” “Ah, invece il milionario che incontra la mendicante e se ne innamora, quella sì, che è una storia credibile…” “Tu non capisci. Noi donne vogliamo poterci identificare in certe storie. Per questo hanno tanto successo. In modo da poter pensare: però, sarebbe bello se accadesse. Se lei ama uno storpio, questi deve guarire alla fine del romanzo, sennò manca il processo di identificazione!”
“Lui resta così per tutta la vita, ma lei lo ama troppo per separarsene. Però, sarebbe bello se accadesse…” dissi io.
[...]
Era una incantevole sera di giugno, c’era la luna piena e un sottile filo di brezza; Ilaria ed io eravamo seduti su degli scogli, in un punto in cui il mare si era ritirato e che quindi era possibile raggiungere senza bagnarsi. Eravamo lì, abbracciati e zitti, io la cingevo con un braccio mentre lei appoggiava la testa alla mia spalla. Vestiva un completo di seta nera con gonna in tweed che le scopriva le gambe di almeno una ventina di centimetri oltre le ginocchia, una cinta color oro formata da piccolissimi anelli incatenati tra loro, i capelli, lunghissimi e soffici, le scendevano anche davanti, coprendo il seno, portava, dei piccoli orecchini a forma di gemma, che riflettevano la luce della luna. Ma più di quelle pietre, splendevano i suoi occhi. Eppure, sembrava triste.
“Mi sto innamorando” disse. “Meno male!” risposi. “Figuriamoci come saresti se ti avessero inflitta la sedia elettrica!” “Anche l’amore è una condanna” disse lei, sospirando malinconica. “A me il tizio di cui ti sei innamorata già mi sta sulle palle. Se ti fa sentire così, dovresti fare di tutto per evitarlo” “E’ quello che penso anch’io” annuì. “Tanto più che è inaffidabile, irresponsabile, incapace, bugiardo, falso, volgare, egoista ed immaturo”. “Beh, dai, tu dici così di tutti gli uomini. Sono le stesse cose che ripeti spesso anche a me”. “Infatti sei tu”.
Ci rimasi di stucco. Avrei dovuto esserne felice, perché Ilaria mi piaceva davvero ma non mi andava giù il fatto che avesse una così pessima opinione sul mio conto. E neanche sopportavo il fatto che lei considerasse una condanna a morte l’amore per me, al punto da avere una faccia da funerale. Dopo quel breve dialogo, tornammo in silenzio, a guardare le onde del mare, mentre nel mio animo si affollavano sentimenti contrastanti.



