Anche le parole vagano nel buio, cercano spazi in cui accendere una luce. Infinite parole nascoste da pensieri inespressi si rifugiano nell'immensità dei sogni. Anche le parole vagano nel cielo, cercano silenzi dove essere ascoltate.
venerdì 28 agosto 2015
giovedì 18 giugno 2015
Tra i murales della città
Questo articolo è stato scritto quindici anni fa, in un periodo in cui stavo prendendo informazioni in merito ai murales di Pescara, città in cui vivevo in quel periodo. Per quanto datato, non credo da allora sia cambiato molto quindi, visto che è rimasto inedito, lo sfrutto per aggiornare il blog. Le foto invece sono recenti e risalgono al 15 marzo 2015
Come cittadini siamo abituati a prendercela contro chiunque “macchi” le pareti esterne degli edifici, senza fare distinzioni di sorta. Cosa che invece sarebbe opportuna dal momento che gli autori di tali scempi possono dividersi in quattro categorie ben distinte:
I teenager, studenti che esternano così le loro riflessioni ed i loro amori, che considerano scrivere su muri e monumenti poco più di una bravata;
I ribelli, giovani con l’intento di compiere veri e propri atti di ribellione in sfregio alla società, oltre alle proprie firme e alle frasi di protesta esternano sui muri le proprie ideologie politiche;
I toys, ragazzi che vorrebbero ispirarsi all’arte dei graffiti writing, cioè realizzare scritte e disegni sui muri particolarmente elaborati ma sono ancora inesperti, motivo per cui realizzano opere modeste; ed infine ci sono
I writers, artisti al limite della legalità, che del realizzare scritti e disegni sui muri ne hanno fatto una filosofia di vita. Spesso a loro vengono addebitate anche le colpe delle altre categorie. Il termine writers deriva dall’inglese, vuol dire scrittori. Quelli che a noi possono sembrare soltanto disegni incomprensibili sono vere e proprie scritte, le cui lettere vengono modificate a dismisura. In genere queste scritte riportano solo gli pseudonimi degli autori, i nomi degli amici o del proprio gruppo, parole inesistenti, auguri, saluti e molto più di rado vere e proprie frasi. Nello specifico si preferisce scriverle in inglese piuttosto che in italiano.
A PESCARA le zone dove i writers e i loro emuli agiscono di preferenza sono lo Scalo Merci della stazione di Portauova, altri li troviamo dalle parti dell’Auditorium Flaiano, altri ancora nella zona di San Silvestro, vicino l’uscita dell’asse attrezzato. Tra le scritte possiamo leggere parole come Pako, Samu, Tmf, Pipers, Zaid, limitandoci alle più comprensibili. In queste zone si trovano i graffiti i più riusciti, tuttavia bisogna ammettere che in città a prevalere sono sopratutto le opere dei toys, ovvero degli inesperti o poco dotati. Gente che bombarda la città con i propri segni apponendoli dappertutto, portoni, saracinesche, muri di edifici pubblici come di quelli privati, zone invalicabili per legge ed addirittura i monumenti. Ma chi agisce così finisce col perdere la stima degli stessi writers.
I quali si divideranno pure tra chi non fa distinzione tra i muri su cui effettuare le proprie opere, e quelli che preferiscono evitare gli edifici di proprietà privata, ma nessun writer che si rispetti tocca un monumento, una statua od un edificio storico. Chi lo fa è gente che diffama una categoria a cui non appartiene.
Perché i graffitari non rispetteranno la legge ma hanno codici interni di comportamento, uno dei quali è proprio non imbrattare le opere d’arte. Si considerano artisti che creano capolavori, o almeno provano a farlo, e non distruggono né rovinano i capolavori altrui. In pratica considerano una chiesa od una statua il lavoro di un collega. Per lo stesso motivo non fanno crossing, cioè cancellare il murales di un altro per creare il proprio o sovrastarlo di scritte. Mentre se si guarda nella zona parcheggi lungofiume adiacente Corso Manthonè sono numerosissimi i graffiti, anche i più riusciti, rovinati da altri.
Un modo stupido per dare ragione a tutti coloro che ritengono i writers dei vandali che rovinano la città ed imbrattano i muri.
Da uno studio della facoltà di Criminologia dell’Università di Roma deriva che gli autori di questi graffiti sono ragazzi giovani se non giovanissimi, con propensioni artistiche ed un buon livello economico culturale, non vogliono mandare messaggi di alcun tipo, non hanno problemi familiari e non si sentono degli emarginati, anzi hanno una autostima molto alta; mentre disegnano provano soprattutto adrenalina, stato di allerta e passione per ciò che stanno facendo. Ma il campione su cui sono state effettuate le indagini era al 96% residente a Roma.
In Italia quello del graffiti-writing è un fenomeno relativamente giovane e che non ha quindi ancora raggiunto una precisa identità.
Ed infatti a Pescara, rispetto a Roma, le cose vanno in modo simile ma non identico.
Anche qui, i ragazzi hanno una istruzione medio alta, molti sono studenti di architettura, agiscono in gruppo ma anche soli, conoscono a malapena il gergo dei graffitari, producono i loro lavori con l’unico intento di sfogare la loro creatività, le crew non si conoscono tra loro e mediamente spendono sui venticinque euro di bombolette spray per un murales ben fatto. Se agiscono in zone dimesse e vengono notati dai tutori dell’ordine sembra che questi si limitino ad una ramanzina. Altra cosa sarebbe se vengono beccati a danneggiare proprietà private ma anche pubbliche come le scuole, edifici storici o monumenti ma come già spiegato quelli sono gesti compiuti da toys, vandali o adolescenti che riempiono i muri con dichiarazioni d’amore o d’altro tipo, date e firme, al limite frasi poetiche ma senza nessuna velleità artistica.
Oggi c’è chi ha deciso di sfruttare la diffusione del graffitismo a fini commerciali. In primis i venditori di bombolette spray. Altri invece commissionano murales a fini pubblicitari. Come fanno ad esempio le redazioni di Quotazioni e Pescara Affari, che, in accordo con gli esercenti, mandano i ragazzi ad abbellire le saracinesche delle edicole.
Un modo per risparmiare sui cartelloni pubblicitari e lasciare che i ragazzi sfoghino la loro creatività senza deturpare la città. Al contrario, alcuni di questi lavori sono veri e propri omaggi a Pescara ed ai suoi uomini più illustri, come Ennio Flaiano e Gabriele D’Annunzio.
E sono infatti tra le saracinesche di queste edicole che troviamo alcuni dei lavori migliori: immagini della città com’era una volta, omaggi a Gabriele D’Annunzio ed Ennio Flaiano, oltre naturalmente i loghi delle testate.
In corso Manthonè invece c’è un negozio a cui manca l’insegna: si è provveduto a creargliene una con le bombolette spray. A tema è anche l’immagine della saracinesca di un fotografo in via D’Annunzio: Stanlio ed Ollio alle prese con una vecchia macchina fotografica.
TAG: Pseudonimo col quale un writer si firma
CREW: Nome che una banda di writers dà a sé stessa
TAGGERS: tele a cielo aperto
BIBBIA: block notes o agenda dove un writer abbozza le proprie composizioni
BOMBARE: riempire i muri della propria firma con l’uso di bombolette spray
B-BOY: ragazzo dedito al graffiti writting
FLY GIRL: donna dedita al graffiti writting
CROSSING: Sovrastare, rovinare con scritte o nuovi graffiti il pezzo di un altro
PEZZO o PIECE: Composizione
BURNER: Bel pezzo
ROX: Opera d’arte
SUX: Schifezza
OUT OF BOMB: Spedizioni notturne
PUPPETS: I pezzi che rappresentano i pupazzi, spesso ispirati alla cultura dei fumetti
L’uomo lascia segni alle pareti fin dalla notte dei tempi ma per come lo si intende oggi quello di dipingere graffiti e murales è un fenomeno nato nel Bronx circa trenta anni fa, e costituisce, assieme alla break dance e la musica rap uno dei tre elementi fondamentali della cultura hip hop. In Italia tuttavia ha preso piede molto più di recente, più o meno da soli dieci anni ed ha perso in gran parte il suo originario senso di protesta.
Le gang di New York utilizzavano il graffito per apporre la propria firma sul muro e delimitare i confini. Si firmavano con uno pseudonimo definito TAG. Oppure con il nome della propria banda, la cosiddetta CREW, parola di origine inglese che significa “ciurma”. Con il passare degli anni le scritte sono diventate anche di altro tipo e si sono diffuse in tutto il pianeta: è diventato un modo per manifestare dissenso contro la politica o la società, esprimere disagi, gridare la propria presenza o semplicemente mandare auguri e dediche d’amore. C’è persino chi li considera un atto d’amore nei confronti della propria città, voler dare colore alle zone più grigie.
Nei trenta anni in cui si è diffusa nel mondo e negli ultimi dieci in cui ha preso piede in Italia, c’è stata un’evoluzione grafica di quella che alcuni considerano arte e molti altri vandalismo, senza che si sia mai risulto il dubbio di quale tra le due correnti prevalga. Ed infatti in molti hanno cominciato a chiamarla Criminal Art.
Stili e sfumature con il passare degli anni si sono arricchiti e diversificati.
L’ Aerosol Art comprende tutto ciò che riguarda l’uso delle bombolette spray per produrre immagini;
Il writing è invece il termine con cui si definisce tutto quello che riguarda solo la scritta, le lettere e la loro evoluzione. Un writer più migliora nello stile più crea scritte incomprensibili, aumentandone però la vivacità, il fascino e la bellezza. In pratica chi le crea sta acquisendo sicurezza e creatività appropriandosi di quello che oggi viene chiamato Wild Style. Queste scritte, il più delle volte nascondono solo il nome delle TAG o CREW, in altri casi sono veri e propri messaggi, spesso in inglese, espressioni di protesta, offese od anche auguri.
Abbiamo poi la tendenza al Graffiti-Logo: ovvero riprodurre serialmente la stessa immagine; mentre "Street-Art" è la definizione utilizzata per inquadrare tutte le manifestazioni artistiche compiute in spazi pubblici. Chi la pratica è gente che vuole creare un’opera d’arte ed imporla ad un pubblico.
A volte, i murales vengono commissionati dal Comune, associazioni culturali od altri enti che sentono l’esigenza di abbellire le pareti dei loro edifici. Alcuni lavori sono stati eseguiti anche all’Auditorium Flaiano di Pescar
mercoledì 12 novembre 2014
About Infojobs
Una volta usavo quotidianamente Infojobs, ormai meno, perché tanto il lavoro è poco, il mio è un curriculum di basso profilo, e invece sembra che ormai le aziende cerchino specializzati con esperienza ventennale anche per mansioni molto modeste. Quindi non mi offre più l'utilità che poteva avere un tempo, quando qualche colloquio o qualche lavoro di breve durata riuscivo ancora a trovarlo. Ma visto che ho voglia di muovere il blog, riporto le considerazioni che ho fatto in merito un paio di anni fa, magari a qualcuno tornano utili. "Da quel che noto, il 70% delle offerte sul sito sono di agenzie interinali – la maggior parte delle quali, al solito, per neodiplomati, neolaureati, gente in mobilità, in possesso dei requisiti per la 406/97 o al limite appartenenti alle categorie protette. Senza contare il domicilio: il più delle volte si ha la sensazione che il domicilio sia più importante dell’esperienza. Credo sia per il fatto che a volte le agenzie offrano contratti rinnovabili a intervalli di pochi giorni: una persona distante non più di 20 km potrebbe non aver problemi ad accettarli, una persona più distante naturalmente li preferirebbe più lunghi. Senza contare che a volta chiedono di passare all'agenzia o a fare il colloquio con l’azienda il prima possibile,tipo ti chiamano alle 10:00 e il colloquio è per le 12:00, ti chiamano la mattina e il lavoro è nel pomeriggio, ecc. Una persona fuori regione, per quanto voglia venire incontro alle esigenze dell’agenzia, può aver bisogno di un minimo di 24 ore di preavviso. Senza contare quelli che si iscrivono dappertutto ma non mantengono gli accordi presi perché solo dopo si rendono conto di essersi candidati per posizioni troppo lontane. Se il 70% degli annunci è costituito da offerte di lavoro in somministrazione, un buon 25% è di offerte per consulenze e commerciali e solo il 5% ma forse anche meno di aziende di altro tipo che cercano in proprio. Le aziende, di qualunque natura siano, ripubblicano i propri annunci con una certa periodicità: c’è chi lo fa quotidianamente (in genere i commerciali) chi settimanalmente, chi mensilmente, chi stagionalmente. Le agenzie di lavoro, almeno mi è sembrato, preferiscono riproporre settimanalmente e stagionalmente. Credo, ovvio che la mia è l’impressione personale di chi sta dall’altra parte della barricata, settimanalmente quelli per i quali hanno un bisogno costante di ampliare il loro database, stagionalmente per quelli che presentano un maggior domanda in determinati periodi dell’anno, tipo i lavori come cassieri e nella GDO nel periodo natalizio o estivo. A questo tipo di annunci, se ne affiancano, almeno di tanto in tanto anche di nuovi, e in genere sono i più interessanti perché ciò significa che la ricerca è per qualche urgenza e, il più delle volte, si viene chiamati o scartati in tempi rapidi. Solo che l’unico modo per distinguerli dagli altri è monitorare il sito con una certa frequenza. (nota: oramai il sito ha aggiunto la funzione per cercare “inserzioni nuove”, ma le aziende si sono adeguate ricreando gli annunci vecchi come fossero nuovi) In genere la cosa migliore per avere dei riscontri è candidarsi per posizioni dove non ci siano più di una cinquantina di candidature. Il numero basso di candidature vuol dire che l’annuncio è stato pubblicato di recente oppure che è già stato monitorato dall’inserzionista che ha quindi già provveduto a scartare i curriculum meno interessanti. In entrambi i casi ci sono buone speranze che ci sia una ricerca concreta per quella posizione e l’azienda non l’abbia pubblicata solo per arricchire il proprio database. Tra l’altro, oltre a far vedere il proprio stato delle candidature, il sito mostra se l’azienda “ha gestito” altri curriculum. Ovvero sta valutando le offerte. Io, quando scopro che un’agenzia sta gestendo curriculum, se posso vado direttamente da loro per parlarne. Quantomeno: a) Capiscono che sono interessato davvero; b) Se mi scartano, posso chiedere spiegazioni Inoltre, se il curriculum non è perfettamente in linea con i requisiti desiderati aggiungo una breve lettera di presentazione in cui spiego cosa mi ha spinto a candidarmi. A volte basta per spingerli a leggere il curriculum o avere un contatto telefonico, raramente però mi è servito ad andare oltre. Al contrario, se mi candido per qualcosa su cui il mio curriculum non è esattamente in linea, anche se io mi ritengo in grado di ricoprire la mansione ma non glielo spiego nella lettera di presentazione, le scartature sono molto più frequenti. Curiosamente, anche se il mio curriculum è in linea ma non utilizza le parole inserite nella loro job descrition si può essere scartati con altrettanta facilità. Per fare un esempio: se cercano addetti all’estrusore, io che comunque ho lavorato per la produzione di prodotti in plastica, potrei comunque essere in linea. Ma, considerando che nel mio cv la parola estrusore non c’è, è facile che la mia candidatura non venga proprio considerata. Ultimo consiglio: quando più agenzie propongono gli stessi tipi di annunci vuol dire che quello è il periodo buono per proporsi in quelle determinate mansioni anche in altri contesti. Esempio: se molti cercano insegnanti per corsi di formazione è probabile sia perché siano arrivati i fondi predisposti ad essi e stiano scadendo i tempi per averne diritto. A quel punto, oltre a candidarsi sui siti tipo infojobs, tanto vale passare e proporsi alle aziende che ne organizzano."
domenica 14 settembre 2014
Art Journal 2
I miei primi approcci all'art journal. Anche se, essendo pigro non uso carta, quaderni, moleskine o altre agendine. Uso disegni vecchi, fotografandoli con lo smarthphone, giochicchio coi programmi di grafica, qualcosa faccio a mano o col pennarello, altro lo modifico con app come Paper Artist, quindi passo al pc e faccio le ultime modifiche col buon vecchio Paint. Questi i risultati:

Manifestazione culturale
a partecipazione gratuita.
Per chi della scrittura
ha fatto la sua passione.
Follia per gente folle,
dedicata a tutti quelli che
nella vita
fanno sempre storie.
domenica 30 giugno 2013
DISTANZE
nella vita di ogni giorno
persone vicine soltanto a parole,
vicine nei corpi, nei fatti distanti.
Sbagliati, litigiosi, diversi
chi è in attesa da una vita
e si sente arido nel cuore
e chi si accorge troppo tardi
di aver perso il primo amore.
Distanze tra chi cerca i fatti,
chi ti riempie di parole
e chi dalla vita
non ha ancora capito cosa vuole.
venerdì 21 dicembre 2012
Ci abbiamo creduto
martedì 9 ottobre 2012
Le storie che ho in testa
Se qualcuno dovesse passare di qui e non disdegni l'eventualità di leggersi le varie trame che seguiranno. Alcune, come già ribadito, più che vere e proprie trame sono solo abbozzi di un'idea. Comunque sia mi piacerebbe che chiunque voglia perdere qualche minuto del suo tempo nel leggersele immaginasse che sia una sorta di agente o editor alla cui attenzione ho sottoposto i mie progetti. Su quale mi consiglierebbe di puntare o quali trova di minor interesse? Graditissime anche le motivazioni, qualunque esse siano: troppo commerciale, già visto, decisamente brutto, incoerente, ecc.
TRAMA 1
TITOLO: Ancora da definire
PENSATO PER: Un racconto lungo, diciamo superiore alle 60 pagine
ATTUALMENTE SCRITTE: 2 cartelle circa.
Ma tra le donne c'è ne una, Lilith, 21 anni, irlandese, capelli rossi che capisce che quel ragazzino può essere la chiave per la loro salvezza. Il ragazzino e' combattuto tra la pietà per quelle donne e la riconoscenza, e forse anche un po' di affetto, per gli uomini. Ma Lilith gli fa letteralmente girare la testa così dopo un lungo travaglio interiore libera le donne. Che, piene di rancore e sostanzialmente più numerose, massacrano tutti gli uomini presenti. Solo che dopo il massacro si scatena un uragano.
Le donne non sanno gestire la nave nella bufera, che qualcuna interpreta come un segno della vendetta divina. Il ragazzino, la cui situazione è chiaramente sfuggita di mano e ancora vivo per miracolo sapendo che ormai può fare ben poco concentra le sue forze nell'unica cosa che gli interessa davvero: salvare la donna che ama. FINE
TRAMA 2
TITOLO: In attesa di definirlo, l'attuale file in cui lo sto scrivendo si chiama semplicemente JEN
PENSATO PER: Un racconto meno lungo della trama 1, quindi inferiore alle 60 pagine.
ATTUALMENTE SCRITTE: 4 o 5 cartelle
Siamo in un futuro distopico in cui c'e' stata una sorta di "rivoluzione rosa". Insomma, anche qui, le donne hanno ammazzato gli uomini. Partita dai paesi mediorientali dove le donne praticamente non avevano diritto, la rivoluzione si è estesa in tutto l'Occidente grazie a tecniche simili a quelle con cui si e' imposto il nazismo. Di uomini ce ne sono ormai pochissimi, meno degli attuali panda per intenderci, eccezion fatta per una riserva usata per la riproduzione.
È bandita persino la tecnologia, con la scusa che ha aiutato gli uomini a prevalere nel mondo maschilista di un tempo, inoltre la tecnologia aiuta pochi a fare cose in cui altrimenti servirebbe molta gente. Ovvero, visto il ridotto numero di uomini, rischierebbe di aiutare soprattutto loro a sopravvivere o addirittura a prevalere. Nel mondo ci sono ancora tracce di quella che era stata l'era moderna, come pali elettrici o auto arrugginite ma, pena la galera, non si possono utilizzare in alcun modo, neanche appoggiandovisi. In pratica si vive come ai tempi del medioevo.
Insomma, oramai le donne controllano il mondo. I pochi uomini rimasti liberi si nascondono.È stato creato un esercito con l'unico scopo di trovarli e annientarli. Solo una piccola minoranza di donne, dette le dissidenti, vorrebbe che le cose cambiassero e provano a proteggere quei ormai ultimi "esemplari rari".Ma gli uomini non si fidano neanche di loro. Le altre donne vorrebbero sterminare anche loro,le dissidenti, considerate delle nemiche.
Jen, sergente dell'esercito e protagonista della storia, non le capisce proprio, le reputa delle pazze masochiste, si chiede come sia possibile preferire di restare volontariamente tra 2 fuochi, quanto sai che entrambi quei fuochi ti disprezzano. Eppure, finirà col diventare dissidente anche lei. FINE
TRAMA 3.
TITOLO provvisorio: Figlia della strada. Titolo alternativo: Le incoerenze dell'anima.
PENSATO PER: Un romanzo. L'intenzione era di arrivare a 454 pagine, ma ammesso che vedrà mai la luce, dubito che supererò le 300 cartelle.
ATTUALMENTE SCRITTE: all'incirca una prima stesura di 200 pagine, ampiamente da rivedere, più vari appunti qua e là per tenere a mente l'ipotetica scaletta per tenere a mente la trama e capire il modo in cui le voci dei vari personaggi si succedono.
TRAMA 4.
TITOLO provvisorio: Cuore di zombie.
PENSATO PER: Un racconto lungo, eventualmente una sceneggiatura.
ATTUALMENTO SCRITTO: Una sorta di trattamento, di una quindicina di pagine, non modo ben definito ma nel quale ho incluso una dettagliata sinossi.
TRAMA 5
TITOLO provvisorio: La voce delle onde.
PENSATO PER: un racconto medio-lungo.
ATTUALMENTE SCRITTO: nulla, solo le spiegazioni sottostanti.
TRAMA 6.
TITOLO provvisorio: Gli occhi di Azzurra.
PENSATO PER: racconto per ragazzi di un centinaio di pagine o poco meno
ATTUALMENTE SCRITTE: 2 cartelle e mezza
Nessuno ci entra mai, perché non ha senso rischiare le penne solo per incontrare un vecchio rimbambito. Ma la ragazzina vuol saperne di più sul suo potere e su come controllarlo perciò con un gruppetto di amici si avventura nella foresta E quando riuscirà finalmente a incontrare mister Matto scoprirà che, forse, le cose che ha creato non sono cosi brutte come sembrano. Compresi i serpenti sulla testa della sorella. FINE
TRAMA 7
TITOLO provvisorio: Fieno! - o in alternativa: In un mondo di fieno
PENSATO PER: Racconto breve o medio
ATTUALMENTE SCRITTE: 11 pagine di block notes scritte a mano, da rivedere.
Per oggi mi fermo qui, anche se i vari progetti mai realizzati saranno all'incirca una trentina. Ma gli altri magari li uso nelle prossime occasioni in cui avrò voglia di aggiornare il blog e non saprò cosa postarci. Per ora ho notato che tra le suddette storie ce ne sono troppe in cui in qualche modo si ricorre al paranormale, retaggio forse di un eccesso di letture dei libri di Stephen King e i fumetti di Dylan Dog, anche se io in realtà preferirei scrivere di cose realistiche. Non a caso la storia sulla figlia della prostituta è quella più avanzata.
Eppure, tutti gli amici che hanno letto le varie trame, piuttosto che consigliarmi di finire quella (sarebbe la cosa più sensata no?) mi dicono di concentrarmi sulla trama 4, in quanto la più accattivante. Ma del resto si sa, l'horror ormai va di moda.
sabato 9 giugno 2012
Siamo noi

Siamo noi
che dai sogni dei bambini
alle illusioni dei ragazzini
cresciuti dietro a un pallone
tra lezioni un po' noiose
e gli amori in gioventù
ci siam persi troppe cose
che non riavremo più.
Siamo noi
che ora siam cresciuti
in modo dicono normale
però cresciuti male
ci perdiamo tra la gente
e i piccoli problemi
della quotidianità
esami, mutui o debiti
e il traffico in città.
Siamo noi
cresciuti troppo in fretta
un'adolescenza maledetta
e la gioventù bruciata
vaghiamo senza meta
non vogliamo più cercarci
ma solo divertirci.
Siamo noi
sbattuti ai quattro venti
naufraghi nei sentimenti
non perdiamo mai occasione
per sbagliare direzione,
vorremmo essere diversi
ma resteremo questi.
Siamo noi
che non serviamo a niente
ci perdiamo tra la gente
alla ricerca di valori
o di nuovi amori
ma tutto scorre così in fretta
che sembra acqua tra le mani,
non puoi tenerla stretta
e non è facile il domani.
Siamo noi
incapaci di capire
che non siamo eroi
ma uomini banali
per cui è già tanto
riuscire ad essere normali.
giovedì 3 maggio 2012
Il futuro, l'editoria e gli e-book
Il mio parere di lettore medio sugli ebook (dove per lettore medio intendo una persona che legge all'anno dai venti ai quaranta titoli tra saggi e narrativa per puro diletto, centinaia di fumetti, una ventina di e-book - comprese le due tesi su e-pub e e-book scritte dalle ragazze presenti su questo gruppo - scaricabili on-line a titolo gratuito soprattutto da giovani scrittori magari acerbi ma di belle speranze, svariati blog e siti tematici, qualche social network e segue una decina di rivista e almeno tre quotidiani, tra quelli sportivi, nazionali e regionali):
a me sembra che l'evoluzione degli e-book stia andando tecnologicamente nella strada giusta ma sia sbagliato il modo di presentare l'offerta. Pur amando leggere, gli unici motivi che mi convincerebbero a comprare un e-reader sarebbero lo studio, la curiosità o la mancanza di spazio. Altre convenienze, allo stato attuale dei fatti, non ne vedo. Non essendo più uno studente, potendo permettermi di rinviare il problema della mancanza di spazio e, dal momento che come tutti sto soffrendo la crisi, non compro più oggetti con l'unico scopo di soddisfare un mio sfizio o una mia curiosità.
Certo, potrei scaricare gli e-book direttamente al Pc, e infatti lo faccio ma solo con i titoli scaricabili gratuitamente, se devo pagarli, e soprattutto se tale costo non supera il 50%, trovo più pratico il cartaceo.
Tra l'altro, mi sembra che le case editrici non abbiano fatto alto che “zavorrare” gli e-book riducendone così i vantaggi che offrivano. E ho il sospetto che non sia stata capacita ma libera scelta. Hanno sempre detto che la distribuzione si mangiava almeno il 50% del prezzo di copertina di un libro normale, ma nelle offerte on-line, nonostante la possibilità di eliminare i problemi e i costi legati alla distribuzione, la differenza di prezzi è piuttosto contenuta, eccezion fatta per i lanci pubblicitari o le offerte promozionali.
Ci sono i DMR, quei dispositivi applicati agli e-book per evitare che vengano duplicati. Che, se si limitassero a quello, non sarebbero un problema. Lo sono quanto limitano l'uso anche all'acquirente, dal momento di fare copia e incolla, stampare o trasferire i propri e-book da un supporto all'altro. Oltre al fatto che rendono il mio e-book non solo “controllabile”, cosa di per sé fastidiosa, ma in qualche caso persino cancellabile da remoto. Tra l'altro, i DMR sono facilmente eliminabili da chi ha minime conoscenze di programmazione, quindi non scoraggiano la pirateria. Di fatto, non servono a niente: sono solo un ulteriore zavorra ad appesantire la convenienza dell'ebook.
Altra zavorra la modalità di pagamento. In una libreria posso tranquillamente pagare in contanti, per gli acquisti on-line dovrò legarmi a carte di credito, post-pay o simili, rischiando magari anche qualcosa nella diffusione dei miei dati.
Poi ci sono le scomodità ai supporti: e-reader che non leggono alcuni formati, altri che hanno bisogno di programmi da scaricare preventivamente per passare da un formato all'altro, altri da cui è possibile effettuare gli acquisti on-line solo dai propri store on-line, limitando la mia potenzialità di acquisto.
Sarò in malafede, ma io non credo che gli effetti di queste “zavorre” non siano state considerate. Fino a prova contraria, nelle case editrici ci lavorano persone intelligenti, perciò se arrivo a fare queste considerazioni io, lettore semplice, figuriamoci se non ci arrivano loro che sono del settore. A questo punto viene facile pensare che lo scopo di queste zavorre applicate agli e-book, più che proteggere i copyright, sia rallentarne la diffusione.
E questo, credo, per proteggere i guadagni derivanti dal cartaceo,visto che il mondo degli e-book è un mondo con regole ancora tutte da scrivere e dagli esiti incerti. Pur sapendo che la rivoluzione tecnologica sarà prima o poi inevitabile, ogni giorno guadagnato dall'editoria tradizionale rispetto a quella digitale sarà un giorno di fatturato certo contro uno con troppe incognite.
Per fare una rapida sintesi le case editrici hanno fondamentalmente un problema: la tutela dei guadagni. E per tutelarli devono prendere in considerazione due aspetti: la tutela del copyright contro la diffusione della pirateria e l'esigenza che il fatturato derivante dall'editoria digitale non sia vada a scapito di quello cartaceo, o quantomeno non sia minore. Però devono anche considerare che l'utente è abituato a usufruire in modo, se non gratuito, a costi notevolmente ridotti e vede mal volentieri qualunque tentativo di aumento, anche là dove la cosa andrebbe a vantaggio della qualità. Quindi chi vuole guadagnare on-line può riuscirci se riesce a risolvere una forse non tanto semplice equazione ovvero: ampia offerta + prezzi contenuti = profitto. Dove per profitto non si intende necessariamente elevati guadagni ma comunque profitto, quantomeno sufficiente a coprire i costi e vivere del proprio lavoro.
Nella mia ignoranza, penso che l'unica strada percorribile per l'editoria sia lo streaming, da proporre in maniera analoga alla tv pay per view, magari legandola a una sim li dove la tv a pagamento è legata invece a una tessera, e lasciando comunque ai propri abbonati la possibilità di comprarsi e scaricare gli e-book preferiti.
Ovviamente l'offerta deve essere personalizzabile, così come lo è per la tv che possono scegliere tra calcio, cinema, prodotti per bambini ecc.
Faccio degli esempi: una famiglia di quattro persone, il marito ama l'horror, la donna i chick-lit, hanno un figlio che studia legge e una bambina piccola. Si abbonano per al genere horror, chick-lit, fantasy, per la bambina e tutti i testi di giurisprudenza, pagando tot al mese. Magari la bambina cresce e scopre di preferire altri generi rispetto al fantasy, il ragazzo si laurea (oppure abbandona gli studi) e potrebbe non essere più interessato ai libri della sua facoltà. L'offerta fantasy e giurisprudenza viene eliminata a favore di altro. Se invece il tipo che studiava legge diverrà avvocato potrebbe essere interessato alla “pay per read” dei testi di legge a vita.
Potrei anche decidere che in famiglia non si legge così tanto, i figli non vanno più a scuola e, insomma, voler disdire l'abbonamento. Però alcuni libri letti finché ero abbonato mi son piaciuti e decidere di comprarmeli in modo da averli sempre con me e leggerli dove mi pare come si fa, o meglio come si vorrebbe fare, oggi con gli e-book. E, magari, più tempo sei rimasto abbonato, minore è il prezzo per scaricarsi un libro. O anche, come offerta promozionale, per ogni anno di abbonamento puoi scaricarti 10 libri gratis.
Per funzionare, ovvio che l'offerta dovrebbe essere ampia e economicamente conveniente. Solo così non avrebbe senso scaricarsi e-book dalla pirateria, li dove si potrebbero averli tutti, compresi gli ultimi arrivi, senza intasare lo spazio del mio dispositivo e non sprecando troppo tempo a scaricare. Tra l'altro c'è da considerare che, qualunque prodotto immesso nel web, è in concorrenza con tutti gli altri prodotti, anche di generi completamente differenti. Quindi un abbonamento come quello prospettato è in concorrenza con qualsiasi altra cosa si venda su Internet a pari valore, sia esso software, film gioco multimediale o altro. L'unico modo per sbaragliare la concorrenza non sono degli altri editori ma anche degli altri prodotti è proporre un'offerta ricca.
E questo, credo, per proteggere i guadagni derivanti dal cartaceo,visto che il mondo degli e-book è un mondo con regole ancora tutte da scrivere e dagli esiti incerti. Pur sapendo che la rivoluzione tecnologica sarà prima o poi inevitabile, ogni giorno guadagnato dall'editoria tradizionale rispetto a quella digitale sarà un giorno di fatturato certo contro uno con troppe incognite.
Per fare una rapida sintesi le case editrici hanno fondamentalmente un problema: la tutela dei guadagni. E per tutelarli devono prendere in considerazione due aspetti: la tutela del copyright contro la diffusione della pirateria e l'esigenza che il fatturato derivante dall'editoria digitale non sia vada a scapito di quello cartaceo, o quantomeno non sia minore. Però devono anche considerare che l'utente è abituato a usufruire in modo, se non gratuito, a costi notevolmente ridotti e vede mal volentieri qualunque tentativo di aumento, anche là dove la cosa andrebbe a vantaggio della qualità. Quindi chi vuole guadagnare on-line può riuscirci se riesce a risolvere una forse non tanto semplice equazione ovvero: ampia offerta + prezzi contenuti = profitto. Dove per profitto non si intende necessariamente elevati guadagni ma comunque profitto, quantomeno sufficiente a coprire i costi e vivere del proprio lavoro.
Nella mia ignoranza, penso che l'unica strada percorribile per l'editoria sia lo streaming, da proporre in maniera analoga alla tv pay per view, magari legandola a una sim li dove la tv a pagamento è legata invece a una tessera, e lasciando comunque ai propri abbonati la possibilità di comprarsi e scaricare gli e-book preferiti.
Ovviamente l'offerta deve essere personalizzabile, così come lo è per la tv che possono scegliere tra calcio, cinema, prodotti per bambini ecc.
Faccio degli esempi: una famiglia di quattro persone, il marito ama l'horror, la donna i chick-lit, hanno un figlio che studia legge e una bambina piccola. Si abbonano per al genere horror, chick-lit, fantasy, per la bambina e tutti i testi di giurisprudenza, pagando tot al mese. Magari la bambina cresce e scopre di preferire altri generi rispetto al fantasy, il ragazzo si laurea (oppure abbandona gli studi) e potrebbe non essere più interessato ai libri della sua facoltà. L'offerta fantasy e giurisprudenza viene eliminata a favore di altro. Se invece il tipo che studiava legge diverrà avvocato potrebbe essere interessato alla “pay per read” dei testi di legge a vita.
Potrei anche decidere che in famiglia non si legge così tanto, i figli non vanno più a scuola e, insomma, voler disdire l'abbonamento. Però alcuni libri letti finché ero abbonato mi son piaciuti e decidere di comprarmeli in modo da averli sempre con me e leggerli dove mi pare come si fa, o meglio come si vorrebbe fare, oggi con gli e-book. E, magari, più tempo sei rimasto abbonato, minore è il prezzo per scaricarsi un libro. O anche, come offerta promozionale, per ogni anno di abbonamento puoi scaricarti 10 libri gratis.
Per funzionare, ovvio che l'offerta dovrebbe essere ampia e economicamente conveniente. Solo così non avrebbe senso scaricarsi e-book dalla pirateria, li dove si potrebbero averli tutti, compresi gli ultimi arrivi, senza intasare lo spazio del mio dispositivo e non sprecando troppo tempo a scaricare. Tra l'altro c'è da considerare che, qualunque prodotto immesso nel web, è in concorrenza con tutti gli altri prodotti, anche di generi completamente differenti. Quindi un abbonamento come quello prospettato è in concorrenza con qualsiasi altra cosa si venda su Internet a pari valore, sia esso software, film gioco multimediale o altro. L'unico modo per sbaragliare la concorrenza non sono degli altri editori ma anche degli altri prodotti è proporre un'offerta ricca.
E senza limitare i propri dispositivi dal curiosare (e comprare) anche dai cataloghi altrui. Come del resto, in una libreria Feltrinelli nessuno mi impedisce di comprare Mondadori, e viceversa. Il fatto che attualmente in Italia la pay per view ti faccia scegliere tra due decoder non è un buon motivo per imitarli.
Gli autori verrebbero pagati, oltre che sulle percentuali dei libri scaricati, a click, o per andare sul sicuro, a tempo. Mettiamo che in un mese lo scrittore Tal dei Tali ha ricevuto 200 click e ogni utente è stato su quel testo dalle 4 alle 5 ore. Verrà pagato in base alle connessioni ottenute e il tempodi transizione di ogni singolo utente.
Immagino che, in uno scenario del genere, l'editoria si trasformerà in questo modo:
all'offerta “pay per read” dove ci saranno tutti gli autori di punta e le ultime novità più interessanti del mercato editoriale, si affiancheranno sito dove è possibile leggere in streaming in maniera gratuita, dove si eserciteranno gli scrittori più acerbi e dove le case editrici pescheranno nel tentativo di trovare i nuovi talenti.
Uno dei problemi che hanno infatti, gli scrittori emergenti che decidono di proporsi da soli sul web, è, oltre la mancanza di esperienza, conoscenze di editing, marketing e quant'altro, è quello di non riuscire a vendere o comunque vendere in modo significativo anche lì dove i loro e-book messi a disposizione in maniera gratuita sono stati ampiamente scaricati e ricevono consensi.
Ma in un abbonamento “pay per read” essere cliccati per essere letti potrebbe essere più significativo dell'essere pagati per avere il loro e-book, trasformando quella che è una loro attuale frustrazione in un punto di forza. In pratica uno scrittore alle prime armi si propone su una piattaforma dove sia possibile consultare i suoi e-book gratuitamente e, in base alle esigenze della casa editrice e il gradimento degli utenti, possa riuscire a fare il grande passo verso l'editoria retribuita. Qualcosa di simile potrebbe avvenire per i traduttori, che potrebbero mettersi alla prova con classici e libri senza diritti di copyright magari non ancora tradotti nel nostro paese. O libri del nostro paese mai tradotti all'estero. Un sito che propone un'offerta simile è www.meetale.com, un sito che si propone di essere la you-tube degli e-book: tutto è visualizzabile gratis, ma decide l'utente cosa lasciare scaricare e a che costi, anche se al momento non sono presenti traduzioni.
Un po' come le squadre di calcio che attingono dai giocatori della primavera quando li ritengono pronti, questi siti forniranno il vivaio delle varie case editrici.
Del resto qualcosa di simile avviene già nel giornalismo dove le redazioni pescano a pieni mani dai blogger più interessanti. Ma il blog è strutturalmente adeguato agli articoli ma non ai racconti lunghi ed è per questo, credo, che i blogger scrittori riescano spesso nel grande salto dal blog al giornalismo, o al limite alla saggistica, e meno spesso alla narrativa. Eccezioni alla regola sono coloro che offrono contenuti ad alto impatto visivo, come illustratori, fumettisti, o i fotografi dove i migliori riescono, già attualmente, a farsi notare dagli addetti ai lavori. Credo comunque che anche loro proporranno offerte in streaming. Del resto, facendo l'esempio dei fumetti, se decido di leggermi tutta la collezione di Tex, e nel caso mi ci vogliano quattro mesi per realizzare il mio intento, leggerli con un abbonamento di quattro mesi sarebbe molto più economico e pratico di rintracciare e comprarmi tutti gli arretrati.
Se mai avverrà tutto quello che ho sopraesposto l'editoria a pagamento perderebbe di senso e dovrebbe, come molti già si augurano, pian piano scomparire o al massimo trasformarsi, come in parte sta già facendo, per offrire servizi editoriali: consulenze, letture, servizi di editing, corsi di scrittura e insomma cose non troppo diverse da quello che attualmente fanno le agenzie letterarie.
Penso che cambieranno anche le librerie, che si attrezzeranno anche loro con dispositivi per stampare a richiesta i libri meni diffusi, mentre al loro interno resteranno i cartacei più venduti, scelti dai commessi stessi secondo le esigenze della loro clientela, o al limite secondo i loro gusti, stampati direttamente da loro sul dispositivo per il print on domand, scegliendo sempre loro, per ogni titolo scelto, quante copie mettere sugli scaffali. Inoltre le librerie potrebbero vendere anche semplici bar-code, singolarmente o da aggiungere alle edizioni cartacee con piccolo sovrappezzo in modo tale che chi non voglia legarsi a un abbonamento o mettere i propri dati on-line per geste carte di credito o prepagate, può scaricarsi l'e-book tramite il bar-code. Probabilmente, o almeno mi auguro, ci sarà all' interno della libreria spazio per bar e tavolini in cui leggere in santa pace.
Per quanto riguarda le biblioteche sarebbe logico aspettarsi tavoli con e-reader incorporati e abbonati in streaming a quasi tutto, la dove una famiglia sarebbe invece selettiva secondo le sue esigenze. Il che vorrebbe dire dotare le biblioteche di un e-reader per ogni posto a sedere e avere soldi sufficienti a pagare gli abbonamenti. Cioè che lo stato investa in attività culturali. Allora stato attuale, un'utopia.
Se questo è il futuro che ci attende i vari e-reader che si vendono in giro non diverranno obsoleti tra cinque anni: lo sono già adesso.
Poi, per carità, può darsi che le mie considerazioni sono frutto della mia fantasia e lo scenario che si aprirà tra qualche anno sarà di tutt'altro tipo. Nel caso chiedo scusa, così come chiedo scusa se tutto ciò che ho scritto dovesse confuso, privo di senso e ricco di errori anche ortografici, ma non ho voglia di rileggere. Che io, in fondo, non sono un esperto con questi argomenti non c'entro quasi nulla, visto che nella vita ho fatto l'operaio.
martedì 31 gennaio 2012
Vani tentativi di imparare a disegnare
Questa è una raccolta di esercizi fatti seguendo le istruzioni del libro “Disegnare con la parte destra del cervello” di Betty Edwards. In rapida sintesi l’autrice spiega che il nostro cervello è diviso in due emisferi: quello sinistro controlla la parte logico-razionale, quello destro quella visiva percettiva. Solo che l’emisfero destro lo usiamo meno frequentemente di quanto dovremmo, dal momento che la nostra vita è quasi totalmente condizionata da tutti quegli elementi che fanno riferimento all’emisfero sinistro (scrittura, lettura, logica, matematica, capacità di sintesi, ecc.). Così anche le competenze proprie dell’emisfero destro, finiamo con svolgerle, per abitudine, con quello destro, col risultato di farle male. Uno di queste è appunto il disegno ed è il motivo per cui molte persone continuano a disegnare con uno stile quasi infantile anche in età adulta. Nel libro sono presenti degli esercizi il cui scopo è attivare l’emisfero destro mentre si disegna, col risultato che persone che non sono mai riusciti nemmeno la matita in mano finiscano col migliorare in tale disciplina in maniera persino sorprendente. In teoria, per riuscire in tale impresa, non dovrebbero volerci più di cinque giorni. Ammetto di averci messo molto di più, perché il libro l’ho più volte abbandonato e ripreso. Pur non essendo diventato un artista, mi sembra che, per una persona che disegnava l’omino con un cerchio come testa e cinque segmenti per creare una sorta di corpo stilizzato, qualche miglioramento ci sia stato. Per pietà nei miei confronti, non ho postato tutti i disegni svolti dall’inizio della lettura ma solo quelli meglio riusciti, classificandoli in:
dal vero: la mano, la Panda, la caffettiera, il piede, le due sedie, la porta, la camera e il grammofono;
da quadri di artisti: il faro, la schiena di donna e il cavaliere medievale (Hopper, Zogno e anonimo);
da foto: la ragazza affianco al cavallo e quella affianco, con un lembo di lenzuolo sul seno;
da illustrazioni: la natura morta accanto al grammofono e il rinoceronte
da fumetti: tutti i volti di donne e Topolino.
Ogni 50 disegni posterò una selezione di questo tipo, per vedere se ci saranno miglioramenti. Attualmente, dall’inizio della lettura ad oggi, ne ho fatti 71.
giovedì 19 gennaio 2012
Cose che capitano
Solo che avendo la testa altrove le mie sono rimaste pure intenzioni. Parigi è una città troppo colorata per chi sente la propria vita volgere al buio; troppo ricca di suggestioni, arte, lusso, vita, di troppe cose che non potrò più permettermi. È una città complessa in cui ogni vicolo, piazza o quartiere nasconde qualche segreto, inadatta ad un animo già fin troppo impegnato a nascondere i propri per sforzarsi di capire quelli altrui. Così ho evitato di farmene coinvolgere: ammirarla sarebbe stato come vedere sfilare via tutto ciò che sto per perdere. Mi mancano ancora pochi tiri per finire la mia sigaretta quando qualcuno apre il balcone della stanza di fianco. È una donna, si avvicina e mi chiede se ho da accendere. Annuisco ed estraggo l'accendino dalla vestaglia.
«Si sta bene qui, eh?» mi chiede, dopo aver fatto un tiro. Annuisco. «La prima volta a Parigi?» continua a domandarmi. «Anche la mia, sa? Dovevo andarci con mio marito l'anno scorso, ma il bastardo ha preferito venirci con una sgualdrinella di 19 anni. Un anno di tribunali per fottergli quanti più soldi possibile. Purtroppo non sono riuscito a ridurlo sul lastrico, ma ne ho ricavato comunque un bel gruzzolo. Così mi sono detta “Al diavolo! Ci vado da sola” ed eccomi qua. E lei?»
Io mia moglie ce l'ho portata a Parigi prima di abbandonarla, penso. Mi chiedo se finirà con l'odiarmi con la stessa veemenza con cui questa donna odia il suo ex. Probabilmente. Meno probabile riesca a ricavarci qualcosa dal nostro divorzio...dal momento che sul lastrico ci sono già. «Allora?» mi rincalza la tipa. Mi distolgo un attimo dai miei pensieri e guardo questa donna negli occhi. Ci trovo uno sguardo vivace, curioso, divertito, di quelli che fingono noncuranza solo per cogliere i particolari a tua insaputa. Ha l'aria di essere una di quelle donne che, quando si fidano, danno tutte sé stesse. E che potrebbero toglierti tutto non appena non si fidino più. Oscillo tra la voglia di raccontarle tutto o togliermela di torno. Propenderei per la seconda ipotesi, se solo sapessi come fare. «Sono qui con la mia famiglia. Mia moglie e mia figlia, di tre anni» Mentre rispondo mi volgo a guardarli, la bambina serena in quella specie di culla che le hanno affibbiato e mia moglie che dorme beata su un lato, con il sedere scoperto e il riscaldamento al massimo. La donna affacciata al balcone segue il mio sguardo e dà un'occhiata all'interno della nostra stanza. «Bella donna»
Mi infastidisce che abbia violato così la nostra privacy e ancor di più che faccia commenti su mia moglie ma non mi riesce di farglielo notare. Del resto posso prendermela solo con me stesso, che ho lasciato spalancata la vetrata , lasciando la vista della mia famiglia e della nostra stanza alla mercé di dirimpettai e curiosi. Rispondo con un “grazie”, come se avessi gradito il complimento. Quand'è che sono diventato così? Da quando pensieri, parole e azioni non corrispondono più? Sento la mia anima divisa in tre: una pensa, l'altra parla, e un'ultima agisce. Mi chiedo a quale delle tre appartenga la mia vera natura e se non mi sia trascinato lo stesso problema anche al lavoro. Chissà, forse è proprio questa l'origine di tutti i miei guai.
«Le va un caffè nella hall?» chiedo all'improvviso alla donna, stupendo più me stesso che lei, la quale, guardandomi con occhi più maliziosi che stupiti, mi domanda «perché no? Mi dia un attimo per prepararmi». «La aspetto all'ingresso» rispondo mentre rientro nella stanza. Vorrei dare un ultimo bacio a mia moglie ma temo si svegli e rinuncio. Piuttosto metto il biglietto che ho scritto nel pomeriggio sotto il cuscino ed esco. Ti lascio perché mi sono innamorato di un'altra. L'albergo è pagato per tutta la settimana. Buona permanenza a Parigi. Secco, crudele, impietoso, stupido. C'è n'è abbastanza per odiarmi, ed è ciò che voglio. Mi auguro anche che non faccia in fretta e furia i bagagli per tentare di raggiungermi e si godi davvero il resto del viaggio. E non solo perché sarei incapace di affrontarla. Ma ho prosciugato le ultime risorse del conto corrente per saldare il conto d'albergo e mi spiacerebbe andasse sprecato. Mia figlia invece non riesco neanche a guardarla, temo che se lo facessi perderei il coraggio di portare fino in fondo il mio piano. Presumo mia moglie leggerà la lettera al mattino, magari dopo essersi fatta la doccia quando, capito che non sarei tornato, cercherà segni della mia assenza. In realtà non c'è nessun altra, i miei unici problemi riguardano l'azienda per cui lavoro. Ne ero stato socio fondatore e ne avevo curato brand, logo, clientela, strategie. Insomma, tutto. Ma una crisi spaventosa ci ha costretto a vendere. In breve: sono stato declassato, da dirigente a poco più che impiegato ed anche lo stipendio ne ha risentito. Dicono che sono stato fortunato, considerando tutti quelli che la nuova dirigenza ha licenziato ma immagino sia solo questioni di giorni. Con me i nuovi titolari sembravano gentili, almeno all'inizio, ma era tutta una finta per estorcermi il know-how aziendale. Ottenuto il quale sono finito nel dimenticatoio. Niente benefit, nessun potere decisionale, stipendio al limite del ridicolo e compiti da mero esecutore, lasciandomi chiaramente intendere che, se non mi sta bene e voglio farmi da parte, di certo loro non si opporranno. Ho tentato di non farlo notare in famiglia, cercando di mantenere lo stesso tenore di vita, finendo con lo spendere tutti i nostri risparmi. Gli ultimi se ne sono andati per questa gita. Volevo almeno congedarmi con un ultimo viaggio tra alberghi a cinque stelle e cene in ristoranti di lusso, mentre non sono riuscito che a procurarmi questa squallida stanza in un hotel di periferia. Per non parlare di tutte le volte che siamo finiti al MacDonald. Fortuna che almeno la bimba ne fosse entusiasta, essendo libera di sfrenarsi con gli altri suoi coetanei.
«Andiamo?» la donna dell'appartamento affianco mi distoglie nuovamente dai miei pensieri. È rimasta, come me, in vestaglia ma ha in mano una borsetta, si è truccata e, non so se fossi io a non averlo notato prima, o non ci fosse proprio, ora dalla scollatura si intravede un reggiseno di pizzo nero. Prendiamo l'ascensore e mentre scendiamo al bar della hall c'è tra noi un imbarazzato silenzio. Temo – temo o ci spero? - che lei blocchi l'ascensore e mi salti addosso. Lei non fa niente di tutto questo. Si limita a guardarsi allo specchio e fare un po' di smorfie giocando col lucidalabbra. Ho nella saccoccia della vestaglia qualche spicciolo per i caffè e le chiavi dell'auto, nel bagagliaio della quale è nascosta la mia valigia, a disposizione per un cambio d'abito prima della fuga definitiva. Perché faccio tutto questo? Perché l'alternativa è dire la verità a mia moglie e la cosa mi fa più paura. Le ho sempre e solo mostrato l'uomo che volevo essere. Ora che mi ritrovo costretto a rivelarmi per quello che sono, non ho la forza di accettare un suo rifiuto. Preferisco fare io la prima mossa. Altrimenti, ci sarebbero due alternative: o resterebbe con me, sopportando l'uomo che l'ha trascinata sul lastrico oppure mi lascerebbe lei, incapace di amare un uomo che non può più darle lo stesso tenore di vita. Quest'ultima è l'ipotesi che meno riuscirei a sopportare: preferisco essere odiato per un motivo fondato che scoprire di aver sposato una moglie incapace di amare il suo uomo finito in miseria. Non metterò alla prova il suo affetto: dopo la batosta aziendale non reggerei un'altra sconfitta. Mi chiedo se non stia facendo altro che uno colossale sciocchezza. Ma la vita di tutti è piena di episodi in cui si è preferito fare sciocchezze piuttosto che affrontare la verità. Non credo qualcuno possa biasimarmi per questo, a parte mia moglie. E, forse, mia figlia.
Nella hall, preso il caffè, restiamo a chiacchierare a lungo. Come molte donne, la signora è piuttosto loquace ed io, sapendo che il congedo da lei significherà il congedo da tutta la mia vita, lascio che la conversazione si allunghi. Racconta di sé con una certa disinvoltura e con la stessa si prende anche una confidenza che non vorrei darle ma a cui non mi oppongo. Rispondo, con una certa ritrosia, alle domande che mi rivolge, comprese quelle che riguardano la mia famiglia e mia moglie in particolare. “L'ama?” ed eccomi caduto in trappola, messo alle strette da una sconosciuta con una domanda tanto semplice quanto insidiosa. Mi chiedo perché le donne lo chiedano sempre e quale sarebbe, in questo caso, la risposta più gradita. Dire sì, rivelandomi un uomo capace d'amare ma legato a un'altra. No, diventando l'uomo di cui non potersi fidare, uno di quelli che basano la propria vita sull'inganno, sentimentalmente libero perché incapace di andare oltre. Rispondo sì e mi chiederà perché sono qui. Rispondo no e si chiederà perché lo sia lei. È un gioco in cui si perde sempre, in cui l'apostrofo cade, e quel “l'ama?” si trasforma in una lama pronta ad essere usata contro di te in qualsiasi momento. “Sì, direi di sì” rispondo pensando alla reazione di questa donna se, domani, dovesse conoscere mia moglie dopo la mia scomparsa e leggere il biglietto. Temo quali consigli potrebbe darle. All'improvviso la luce della stanza, già tenue, si fa più soffusa, dal momento che il sonnacchioso barista ha spento due delle quattro lampade che illuminavano la hall, come a farci presente che si è ormai fatta una certa ora e consigliarci di andare a letto. Non sa il barista, non può sapere, che attraversare quella porta per me vuol dire attraversare un destino. Ho macigni nell'anima, o forse solo sensi di colpa, che mi impediscono di fare quei pochi passi così velocemente e a cuor leggero. Così continuiamo imperterriti nei nostri discorsi, senza che nessuno dei due abbia davvero fretta di andarsene.
Fin quando non mi chiede per quale ditta lavori.
«Noooooo!» grida ridendo. «Proprio quella di cui sono diventata la maggior azionista! Mio marito me ne ha ceduto tutte le quote, pur di togliermi di torno! Quindi lei è un mio dipendente, lo sa?». Improvvisamente la vita torna a sorridere. Parlo con lei del marito, del lavoro, di progetti e di tante altre cose. Tanto da fare l'alba. Siamo entrambi allegri neanche avessimo passato insieme una notte di sbronze e non preso solo un caffè. Quando rientro in camera mia moglie è sveglia. Ha letto il biglietto. È furiosa, grida e mi lancia qualsiasi cosa sia alla sua portata. La bimba piange. Fuori ha preso a diluviare. Eppure la vita può essere splendida anche così, nonostante la propria donna, arrabbiata con te, ti abbia appena fatto un occhio nero centrandoti con una piastra per capelli e stia facendo qualsiasi cosa pur di fare altrettanto con l'altro.
sabato 22 ottobre 2011
Riflessioni di un vecchio stanco
L'uomo si guardò alla specchio e si rese conto per la prima volta di essere ormai troppo vecchio, arrivato al crepuscolo di una lunga vita dove non gli avanzava altro da fare che aspettare la dipartita. Scostò il suo sguardo alla finestra e mentre scendeva la pioggia in cuor suo saliva la vergogna per una vita spesa male, a contemplare il niente e a volte il mare.
Ripensò con affetto e una punta di rimpianto le poche donne amate che in breve tempo l'han lasciato, abbandonandolo desolato e stanco per inseguire qualcun altro. Non dava loro torto, da giovane la bellezza era stata il suo unico interesse e l'essenza di una donna non l'aveva mai capita. Con rammarico rimuginò sul fatto come fosse ormai tardi per pensare ad un riscatto, almeno ai loro occhi, per inseguire l'ultimo desiderio, quello di baciarle, insinuando per un altra volta ancora la sua lingua alle loro labbra.
La fiducia non l'aveva persa solo in se stesso ma nel mondo intero, e non riusciva né a gioire né a soffrire per le notizie dell'ultima ora che gli arrivarono in sottofondo da qualche giornale radio, fosse state scoperte nuove piramidi, finita una guerra o iniziata una rissa allo stadio: tanto qualunque rivoluzione serve a poco o niente fin quando al potere ci faranno salire certa gente. Fosse stato per lui, avrebbe visto favorevolmente il declassamento dell'intera razza umana e volentieri avrebbe lasciato che a guidare il pianeta fossero i gatti di strada, i cani randagi e i panda. Probabilmente, pensò, sarebbe puzzato meno e profumato d'eucalipto.
Con la biblioteca chiusa e i libri in casa già letti tutti non sapeva cosa fare e vagava con la mente invidiando coloro che sanno scrivere una storia, non tanto per la gloria che ne possa scaturire, ma per la libertà di far muovere i personaggi a loro piacimento, gli errori non sono mai fatali e anche i dolori finiranno con l'ultimo capitolo. Che in fondo una storia finisce quasi sempre nel suo momento migliore mentre nella vita quando cala il sipario scende il silenzio e non resta che il buio. Fosse almeno il teatro, si potrebbe sempre sperare in un applauso.
venerdì 17 giugno 2011
Stella
fuoco rovente
bagliore comunque
di fiamma lontana,
gemma solitaria
immersa nella notte,
forse nel niente,
dall’alto
guardi nel mondo,
le sue follie
i suoi personaggi
a cui t’affezioni
e mandi i tuoi raggi
che evanescenti arrivano
nel buio
lanci
la tenue speranza
di raggiungerti
nei nostri sogni.
domenica 17 aprile 2011
Cosa resta
Che cosa resta di una vita sbagliata, di giorni persi per strada, di dubbi irrisolti, di certezze infondate, dei libri letti e degli altri mai aperti, dei film dimenticati e di tutte le illusioni dei nostri giorni peggiori, della pioggia caduta e dei pomeriggi di sole, di tanti litigi con donne perdute, di quelle mai avute e ancora rimpiante, delle storie stanche trascinate a oltranza, delle ore passate guardando il soffitto nella propria stanza, preoccupandoci dell'affitto, le bollette e tante altre sciocchezze, delle bugie dette agli altri e di quelle raccontate a noi stessi, solo per convincerci di essere diversi, dei nostri sbalzi d'umore, della musica sul cui sottofondo abbiamo fatto l'amore, del tempo interminabile speso a cercare parcheggio e del poco che ci siamo concessi nel trovare il coraggio, della sfiga e dei capricci del tempo, dei propositi dispersi nel vento, dei nostri momenti migliori, di tutte le ferite subite e dei lividi che ci siamo procurati da soli, delle insensate paure, dei ridicoli sogni e di tutti i bisogni inventati, dei sorrisi sinceri e di quelli forzati, di troppe parole e delle poche che miravano al cuore?
domenica 20 febbraio 2011
Meno di niente
Non ci sarà più il mattino a brontolare dove sono i suoi vestiti. Non ci saranno più le sue domande stupide, i suoi discorsi inutili, i suoi atteggiamenti arroganti, i suoi pareri negativi, i suoi brontolii frequenti. Non ci saranno bugie e ritardi al lavoro.
Non ci saranno regali ad anniversari e compleanni, i suoi ultimi piccoli ed insignificanti gesti con cui a volte tentava di ricordarsi di me, con cui forse chiedeva un perdono che non gli ho mai concesso, perché no, non mi basta un fiore, un vestito od un gioiello per consolarmi delle umiliazioni subite. Non ci saranno lacrime sul cuscino, quando la notte rincasava e sapevo dov’era andato, a trovare lei, una puttana sul lungomare, bella come non lo sono mai stata, desiderabile come può esserlo una donna che si preferisce pagare quasi ogni notte e dividerla con gli altri, piuttosto che recuperare terreno e l’esclusiva della propria moglie.
Ha deciso che sia meglio separarci, per tutti e due, ed io non posso certo dargli torto. Non era questo che volevo, benché sapessi che fosse inevitabile. Avevo più motivi di lui per prendere una decisione del genere, eppure non me la sono mai sentita. Perché è stato l’unico amore della mia vita, perché a me ancora mancano i baci, le carezze, gli abbracci e gli sguardi di desiderio dei primi anni, perché questa decisione annulla la mia vita, mi dice in modo chiaro e definitivo quando siano state inutili le mie lacrime sul cuscino quando la notte lo sentivo rincasare ed avviarsi verso la nostra camera, spogliarsi e dopo aver spento la luce, infilarsi tra le coperte, senza avermi nemmeno dato un’occhiata, senza neanche essersi chiesto se davvero stessi dormendo o no; inutili saranno anche la mia rabbia ed il mio dolore: non c’è nulla di recuperabile nel mio matrimonio.
Ma di cosa mi lamento?
Pensavo di aver sposato un uomo. Mi ritrovo con un idiota, che prima ha perso i capelli e poi la testa per un'altra donna, poi anche il pudore, la discrezione ed il rispetto per sua moglie. L’unica cosa che gli è cresciuta è la trippa. Dovrei augurarmi che si sbrighi. Che esca da quella porta al più presto per non tornare mai più. Che schiatti.
So di valere molto di più di come mi ha trattata. E di certo valgo molto più di lui. Valgo diecimila volte più di lui. Non sono stata io a ferire i sentimenti di una persona che aveva giurato di amare per sempre. Non mi sono cercata un’amante solo perché tra noi le cose cominciavano a non funzionare. Non sono io quella che ha deciso che una puttana con una figlia è meglio di una moglie che non può dartene. L’unico peccato davvero commesso da quella ragazza è l’essere nata, eppure mi basta per odiarla.
Perché se non fosse successo forse avremmo recuperato il nostro rapporto e magari oggi non sarei così infelice. Non importa più di chi sia davvero figlia, l’idea che possa anche essere sua gli è bastata per affezionarsi sia a lei che alla madre. Ed io?
Ti sei preso la mia vita, brutto stronzo. Rendimela.
Rendimi l’autostima, la voglia di vivere e quella di amare, il piacere delle piccole cose, i sorrisi e le lacrime perse. Rendimi tutti i miei sogni prima di sparire per sempre. E’ ancora di sopra, a preparare la sua roba, ma credo che ormai manchi poco. Sto piangendo per un coglione calvo grasso ed ipocrita che mi sta per lasciare, e che forse non mi ha mai avuta davvero. Lo so che non dovrei, che non ne vale la pena, che, tra i due, sono io a guadagnarci, perché sì, valgo molto più di quanto quel deficiente pensi.
Ma so anche che il momento in cui uscirà da quel portone, da questa casa e dalla mia vita, mi farà sentire meno di niente.
domenica 6 febbraio 2011
Guardandosi negli occhi
Finché non venne a sapere, non ricorda più come, che si esibiva il mercoledì sera in un pub della capitale.
Chissà come ci era finita lì e di cosa vivesse! Decise di partire anche se era piuttosto indeciso su cosa dirsi. Dentro di lui covava il risentimento per essere stato abbandonato, ferito, tradito e offeso, anche se era deciso a perdonarla. Purché tornasse a casa! Le mancava, non sapeva neanche lui perché, in fondo il loro matrimonio non si discostava dalla solita routine, ma la rivoleva al suo posto.
Arrivato in città, chiese un po' di informazioni prima di trovare il pub. Si trovava in periferia, di quelle che hanno fama sia meglio evitare, per non fare brutti incontri.
Trovò il pub.
Era un locale come ce ne sono a migliaia nel mondo, arredato con stile pseudo-irlandese, di quelli dove è difficile respirare, se non dopo le tre di notte, quando finalmente inizia a svuotarsi un po' da quella calca di gente: ragazzi chiassosi, studenti con voglia di divertirsi, coppie a contendersi i tavoli più appartati, uomini soli col bicchiere in mano e gruppetti di donne a fare ironie su di essi.
Ordinò una birra ed aspettò il suo arrivò. Perso nei suoi pensieri, nelle parole che avrebbe voluto dirle, non si accorse che era già sul palco, ed aveva cominciato a cantare. Non l'aveva mai sentita cantare prima, se non timidamente, a voce bassa, quando faceva le pulizie di casa. Qui urlava a squarciagola! Aveva persino imparato a suonare la chitarra. E sembrava felice,molto più felice di quanto l'avesse mai vista.
Dentro la sua coscienza cominciò a prendere piede una voce che diceva che la vedeva molto più felice stretta quella chitarra di quanto lo fosse mai stata tra le sue braccia. Ma per ora, non voleva dargli ascolto. Si avvicinò al palco, per farsi riconoscere. I loro occhi si incrociarono. Fu solo un attimo.
Un attimo in cui, come d'incanto, l'intero locale si zitti. Forse era stato solo un caso, a volte capita che un gruppo non omogeneo di persone intente a farsi i fatti propri, smetta improvvisamente di parlare e far casino. O forse erano stati i suoi occhi. L'attimo in cui aveva cambiato espressione,come di smarrimento, di chi ha paura che qualcosa o qualcuno la faccia rinunciare a sé stessa.
Fu come se in quell'attimo si fosse specchiato negli occhi di lei, per vedersi come lei lo vedeva e come non si era mai reso conto d'essere davvero. Solo un attimo prima, ad una conclusione del genere non sarebbe mai arrivato. Amare, l'aveva amata. Ma l'aveva sempre trattata come un soprammobile. Prezioso, certo, di cui tener cura ma sceglieva lui il posto in cui metterlo e il modo in cui trattarlo, senza possibilità di replica. E anche quando si dovevano prendere decisioni ne parlava prima con lei ma in fondo era come se avesse già deciso. Non faceva altro che preannunciare una sua scelta. Non erano avesse possibilità di repliche e non si era mai chiesto se lei avesse esigenze che lui non contemplasse. Le aveva, a giudicare da quel palco.
Ma in fondo lo aveva sempre saputo. La voce della coscienza aveva preso il sopravvento ed ormai glielo diceva a chiare lettere: l'aveva soffocata nelle sue abitudine perché erano le uniche cose che sapesse darle e nelle quali si muoveva con sicurezza. L'avesse lasciata fare, essere quella che era sempre stata, quella donna lì sul palco piena di energia e voglia di vivere, lui non ne sarebbe stato all'altezza. Gli bruciava ammetterlo ma aveva lasciato che sua moglie conducesse una vita mediocre per non sentirsi mediocre lui. Ovvio se ne fosse andata: cercava quel che lui non sapeva darle e che in realtà neanche aveva chiaro in mente cosa fosse.
E si accorse così in una notte sola di quanta distanza ci sia stata in una vita intera. Cos'altro voleva da lei? Non c'era nulla che potesse dire o fare per cambiare le cose. Pagò il conto, col barista e con la vita. L'avrebbe lasciata in pace. Si diresse verso l'uscita insoddisfatto di sé stesso, insoddisfatto per tutti i rimorsi e i discorsi mai fatti. Si dice che quando muori tutti i momenti più importanti della vita ti scorrano nella mete come un film. Accadde qualcosa di simile nella sua testa, che rievocava in rapida successione tutti i momenti vissuti con lei: erano i titoli di coda della sua storia d'amore.
giovedì 18 novembre 2010
Voci
Ho tanti personaggi che mi affollano la mente e che non riesco a dominare. A dire il vero, la maggior parte nemmeno mi è simpatica. La mia testa è intasata da draghi che spaccano tutto, di vampiri crudeli e affamati, di uomini ridicoli e di donne improbabili. Saranno anche il frutto della mia fantasia, ma io non faccio altro che subirli, loro e le loro storie, senza riuscire a impormi, a trattenerli se vorrei che restassero o viceversa. Vanno e vengono, fanno e disfanno a piacer loro, interagiscono, si scannano, ogni tanto mi consultano ma il più delle volte neanche mi danno retta. Semplicemente, i meandri del mio cervello sono diventati il loro parco giochi.
E pensare che io non amo il fantasy, l'horror e nessuno dei generi che, se fossi capace di immortalarli su carta, questi tipi costituirebbero. Non so chi li mandi né cosa vogliano da me. Non credo vogliano esistere, nel qual caso si sarebbero rivolti alla persona sbagliata, visto che io già non sono capace di raccontare la mia di storia, figuriamoci le loro. E poi mi fanno paura. Ma, più di tutti tra i mostri della mia mente, a farmi paura è Marika. Marika è una donna bellissima con i capelli lunghi e rossi che le arrivano fin quasi al fondoschiena, sensuale e senza pudore. Si muove nel mio mondo molto meglio di quando sappia fare io. È sicura e seducente e si porta a letto tutti gli uomini che vuole, preferendo quelli che mi stanno più simpatici.
Con quelli, lo so, ci prova più gusto a trattarli con maggior crudeltà. E poi si lascia guardare mentre fa l'amore, sa che la guardo, anzi, fa di tutto affinché io la guardi, sembra godere di più. Io, più dei draghi e dei vampiri, vorrei che ad andarsene fosse lei, invece nulla. Tra i tanti, nella mia testa c'è anche un serial killer. Ogni tanto fa fuori qualche personaggio di troppo, in modo, dice, da ristabilire un mio equilibrio mentale. Secondo lui dovrei anche ringraziarlo. Gli ho chiesto di far sparire Marika, ma niente, non ha voluto. Al massimo, ne uccide gli amanti.
Un paio li ha uccisi prendendoli a coltellate proprio mentre facevano l'amore con lei. Marika non ha battuto ciglio. Ha scansato i corpi inermi dal suo e si è ripulita del sangue che le era scivolato addosso. Poi si è rivestita, ha baciato il serial killer, mi ha dato un'occhiata, ha accennato un sorriso, ed è uscita di scena. Questa donna mi ossessiona, vorrei sparisse dalla mia mente eppure sento al tempo stesso di subirne il fascino, nonostante mi faccia paura.
Ma a terrorizzarmi più di tutto è la possibilità che Marika sia io.
Una volta credevo di no, non era possibile, al massimo potevo essere stato uno dei suoi mille amanti, uno che magari aveva tentato di suicidarsi per lei, e che fosse la causa per cui mi trovo qui ora. Il problema è che non ricordo niente di me, neanche se sono un uomo o una donna e non ho la minima possibilità di accertarmene guardandomi allo specchio. Marika domina i miei pensieri, e questo mi lasciava supporre fossero quelli di un uomo. Di un uomo che quella donna ha fatto impazzire e spinto al suicidio.
Ma poi ho sentito il dottore chiedere all'infermiera « come sta la paziente? », quindi dovrei essere donna. Finora non ho mai sentito nessuno pronunciare il mio nome, perciò non so se Marika sia la proiezione di quello che davvero sono o è piuttosto l'alter ego di come vorrei essere o essere stata. Sembra che nessuno sappia nulla di me, nessuno mi viene mai a trovare, forse è troppo doloroso, per parenti e amici, ammesso che io ne abbia, vedermi in questo stato e probabilmente si saranno anche convinti che non serva a nulla. Sono in coma, e anche se le macchine rivelano un'attività cerebrale più o meno intensa, il mio corpo non reagisce agli stimoli. Da quel che ho so, anche i miei occhi sono chiusi.
E' come se fossi in un lungo sogno da cui non riesco a svegliarmi. Non ho la cognizione del tempo, ma se non ho capito male è da due anni che sono in queste condizioni. Una volta ho sentito confabulare qualcuno, non saprei bene chi, se non fosse il caso di spegnere i macchinari. Tanto, non viene a trovarmi mai nessuno e per l'ospedale sto diventando un costo eccessivo. Sono finita in un'area piuttosto solitaria dell'ospedale e, per non correre il rischio che qualche malintenzionato possa intrufolarsi furtivamente dentro, le finestre sono quasi sempre chiuse e le tapparelle abbassate. Sembra ci siano già stati problemi del genere in passato, così ora nessuno vuole prendersi la responsabilità di lasciarle aperte. Le aprono giusto quel tanto che basta per le visite o per far cambiare l'aria. Trascorro il mio tempo così, vagando tra le mie fantasie e i miei incubi nel buio più assoluto. Mi chiedo se abbia davvero il diritto di lamentarmene, o se questa non sia una condizione comune a tutti gli esseri umani, cercare tracce tra le proprie follie per capire chi siamo.
Ignoro cosa mi sia successo, so a malapena di essere finita in coma due anni fa e dopo un periodo non so quanto lungo di incoscienza totale la mia mente riesce quantomeno a pensare, pensa cose strane ma pensa, ed è popolata soprattutto dalle mie paure. Il mio corpo invece ha smesso di rispondere al mio controllo così per gli altri è impossibile capire cosa succeda dentro di me.
Se fossi capace, mi creerei un mondo su misura, ambientato nell'epoca vittoriana e con personaggi alla Jane Austen, popolato da affascinanti donzelle, facoltosi gentiluomini e simpatiche canaglie. Ma ogni volta che ci provo arrivano Marika e gli altri a rovinare tutto. Così ho rinunciato. Mi tengo i miei demoni così come sono perché in un mondo in cui tutti mi hanno lasciato sola, la mia immaginazione, nonostante i suoi limiti, è l'unica cosa a ricordarmi che sono ancora viva. Una volta pensavo che quei mostri mi affollassero la testa perché per loro era l'unica possibilità di avere una qualche forma di esistenza. Ormai sono del parere contrario, vengono solo a ricordarmi che sono io ad esistere ancora. Almeno finché non staccheranno la spina.











